22/11/16

Matilde Serao





Matilde Serao coincide con il ritratto della città, il ritratto segreto e commosso, trepidante e acceso, vibrante e straziato di una città che esprime la sua grandezza non già attraverso l'opulenza ed il sorriso, ma con la miseria ed il pianto” 


Matilde Serao nacque nel 1856 a Patrasso da padre napoletano e da madre greca. Alla caduta del Regno borbonico, la famiglia si trasferì a Napoli, dove Matilde nel 1874 conseguì il diploma di maestra presso l’istituto Pimentel Fonseca di Piazza del Gesù. Si impiegò quindi come ausiliaria ai Telegrafi di Stato, mentre nel tempo libero iniziò a coltivare interesse per la letteratura ed il giornalismo. L’esordio come scrittrice avvenne nel Giornale di Napoli, dapprima con articoli d’appendice, poi con novelle in cui si firmava con lo pseudonimo di Tuffolina .



" scavo nella mia memoria, dove i ricordi sono disposti a strati successivi [...], 
e vi do le note così come le trovo, senza ricostruire degli animali fantastici [...] . 
Se ciò sia conforme alle leggi dell’arte, non so: dal primo giorno che ho scritto, 
io non ho mai voluto e saputo esser altro che un fedele, umile cronista della mia memoria”.

Opere di Matilde Serao: 
Il ventre di Napoli;
 le Novelle

Il ventre di Napoli è un’inchiesta a puntate che nel 1884 l’allora ventottenne Matilde Serao pubblicò sul Capitan Fracassa per rispondere alla proposta del ministro Agostino Depretis di bonificare Napoli sventrandone i quartieri più poveri. Il titolo riecheggiava volutamente quello di Le ventre de Paris,  romanzo di Emile Zola sulla dura realtà popolare parigina.
Napoli. Foto Alinari
Napoli. Alla Fontana, 1895ca, Archivi Alinari – Firenze
© Fratelli Alinari-Firenze.
Il ventre di Napoli  inizia così:
Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli: Avevate torto, perchè voi siete il Governo e il Governo deve saper tutto. Non sono fatte pel Governo, certamente, le descrizioncelle colorite di cronisti con intenzioni letterarie, che parlano della via Caracciolo, del mare glauco, del cielo di cobalto, delle signore incantevoli e dei vapori violetti del tramonto; tutta questa retorichetta a base di golfo e colline fiorite, [...] serve per quella parte di pubblico che non vuole essere seccata con racconti di miserie. Ma il governo doveva sapere l’altra parte, il governo a cui arriva la statistica della mortalità e quella dei delitti; il governo a cui arrivano i rapporti dei prefetti, dei questori, degli ispettori di polizia, dei delegati [...]
Quest’altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere? E se non servono a dirvi tutto, a che sono buoni tutti questi impiegati alti e bassi, a che questo immenso ingranaggio burocratico che ci costa tanto?  E, se voi non siete la intelligenza suprema del paese che tutto conosce e a tutto provvede, perchè siete ministro?
 IL TESTO COMPLETO


Dalle Novelle:   



Nei momenti interessanti del dramma,quel palco offriva uno
il che attestava qualmente i legittimi e rispettivi possessori di quei corpi, di quegli occhi, diquelle bocche,fossero profondamente attenti alla rappresentazione
Schierate in fila di battaglia sul davanti, erano quattro fanciullevolti graziosi,
La seconda portava quella tale toilettecara alle abitatrici di Floria, dove il giallo si mescola al marrone a furia di losanghe, di striscie, di pieghe, di maniche differentiimbroglio inestricabile. La terza si pavoneggiava in un abito bianco cucito da lei, adorno di trine lavorate in casastirato in casarialzato da nastri multicolorigiusto un anno e mezzo di arretrato sulla moda. L'ultima infine aveva fatta la felice scelta di una polacca verde-pisellocapace di dare l'emicrania ad una persona di nervi delicati. Tutte quattro erano incipriate di quella grossa cipria che lascia le macchie bianche, come di gesso: tutte portavano nei capelli nodi di nastrospilli di chincaglieriafiori artificiali: tutte erano cariche di perle false, di braccialetti in velluto, di lunghi orecchini; erano soffocate dai loro triplici jabotsportavano guanti troppo corti, con filetti bianchi di dieci anni fa, mezzo sbottonati; una li aveva nuovi fiammanti color burro, troppo stretti, e se li guardava con grande compiacenzarimanendo immobile per paura d'insudiciarli.
Dietro,due vecchiecapelli grigitreccia finta tutta nerafigure arcignelabbra calcolatricicatena di oro al collo,spillo col ritratto del coniuge — una bambina. In terza linea il soprabitone nuovo di don Giovanbattista Fasanaro,negoziante di pannine e segretario della sua Congregazione, con dentro la rispettabile persona del proprietarioinsieme tre giovanotti: il primo commesso del negozio, il figlio del droghiere ed il nipote dell'orefice. Tutti tre serrati nel soprabito delle domenicherossi nei colletti troppo alti e troppo durifieri della dritta scriminatura e del fiore che ornava i rispettivi occhielli; tutti tre pretendenti delle figlie di don Giovanbattista. In tutto, dunque, undici: una borghesia grassagrossabeatamente cretinapiena del suo mentopiena del suo disprezzo per quello che è fine, per quello che è artistico; un palco borghese che fioriva alla luce del gas nel teatro Sannazzaro.


*  *

Eppure — o voi che ogni sera andate in teatro, che vi entrate sbadigliando, e ne uscite pallido di noia, che non avete più curiosità, e non vi dolete di non averne imparate — eppure, quel palco era tutto una storia, tutto un romanzo, quasi un poema. Il borghese napoletano ama il teatro, ma il suo godimento si raffina quando ci va con un biglietto regalato:era il casoEra tempo che un giornalistacapitato laggiù, ai Lanzieri, per una combinazione strana, come un greco in Americaera tempo che gli aveva promesso un palco al rispettabile negoziante. La famiglia, all'annunzioera andata in visibilio; le fanciulle ne sognavano la notte e pensavano quale abito era conveniente, come dovevano pettinarsi, che figura avrebbero fatto. Tutte le amiche avevano avuto partecipazione della lieta novella, si chiedevano consigli, si sostenevano discussioni: una signorina che abitava di faccia e che aveva avuto la fortuna di vedere il Sannazzaroera chiamata ogni tanto al balcone, per ripetere le più minute spiegazioni. Per otto giorni non si vedevano per casa che nastrifiorisciarpe,veli; non si udivano che grandi colpi di ferro sulle gonne da insaldare; lo specchio era consultato ad ogni momento; le sorelle tenevano conciliaboli negli angoli delle stanze, la cuginainvitataera commossa per la riconoscenza. Ma il palco non veniva. Prima si cominciò a scusare il giornalistapoverino: aveva tanta gente da contentare — e forse attendeva una serata propizia, forse il teatro era stato sempre pieno. Poi subentrò un po' di inquietudine: avesse dimenticato — e i preparativi egli annuuzi alle amiche e le speranze concepiteInfineinfine tutto è scordato, il cartellino rosso è giuntoterza fila, un po' in altonumero due, un po' di fianco ma che importa? si va' tanto basta!
Quel giorno la casa è sossopra, tutto va di traverso, regna la confusione; le fanciulle sono in gonnellino corto, i capelli ravvolti nelle cartine; sui letti fanno bella mostra gli abiti spiegati, i fiori, i guanti, i fazzoletti, le mantelline; i consueti lavori sono abbandonati; è cambiata l'ora del pranzo; non si dorme nel pomeriggio, il negozio si chiude più presto; don Giovanbattista dice ai suoi clientispicciandoli in frettaScusate, ma stassera vado a teatro, con la famigliaI tre giovanotti passano un'ora nel salon de coiffure per farsi raderepettinare ed arricciare. Si appressa lentamente l'ora; le fanciulle litigano fra loro: l'una trova brutta l'altra, la terza ha bisogno di spille, la cugina corre di qua e di  prestando il suo aiuto,rendendosi utile; le vecchie brontolano, ma non troppo; la bambina piangeperchè ha un ventaglio rotto di sei soldi e la sorellina più grande ha confiscato quello bello che le regalò la matrignainfinedopo molto chiasso, circa tre ore prima della rappresentazione, ma sempre con paura di far tardi, tutti sono pronti; le giovinette danno una occhiatina allo specchiodon Giovanbattista porta via la chiave di casa e ripetepassando, al portinaio:
— Giacominoandiamo al teatro, si torna tardi.
Arrivano, le porte sono ancora chiusepasseggianovedono giungere gli attori, i pompieri, i carabinieri; appena si aprono le porteentrano in teatro, è oscuro, sono i primi — non importa. Ci sono. Con che orgoglio prendono possesso dei loro posti! Come ammirano tutto! Come esaminano minutamente ogni signora che entra!
E quella sera la Marini recitava nella Signora delle camelie.

* *

Comprendete? Sulla scena la Marini ridefolleggiafremeamasinghiozzaagonizza: e lassù quelle quattro fanciulle sono attentecommossetrasportate; questa impallidisce, una diventa rossa, un'altra fa il viso serio e stringe le labbra come un fanciullo che abbia bevuto un vino troppo forte: all'ultima scorrono le lagrime e sono ribevute dalle guance accaldate. Negli intervalli esse rimangono silenziosedistrattequasi stordite, — ed intanto guardano una bella figura di donna, tutta sola in un palco, la guardanosospirose d'invidia pel volto puro e bianco, per gli occhi ammaliatori, per l'abito di rasoricco di merletti, pel fuoco liquido e freddo dei brillanti.
Comprendete? Sulla scena Margherita muore di amore; le solite frequentatrici del Sannazzarobelle giovinetteeleganti signoreabbonate della prima dispari, non piangono e non pensano: tutt'al più discutono il valore artistico della Marini e spiegano se Armando deve essere biondo come Ceresa o bruno come Pasta. Ma le fanciulle borghesi rimangono pensose; la notte forse non dormonopeggio, forse sognano; l'indomani hanno il disgusto della loro vita prosaica e senza dramma — e negli angoli solitarii, a mezza voce, nella penombraraccontano alle loro amiche la storia di Margherita.

Ebbene, sarebbe stato meglio per voi, o buone e stupide fanciulle, di non essere andate a questo teatro. Voi non aspetta il dramma dell'amore, voi non saprete mai di quella passione che fa più vittime di ogni più crudele epidemia: i placidi mariti, la drogheria, l'oreficeria, i figliuoli, la casa, nulla richieggono di questi gridi strazianti. Io non so perchè vi hanno condotto a questo teatro, io non so perchè vi hanno fatto intravedere un mondo che non sarà mai il vostro; meglio per voi passare la serata attorno ad un tavolino, sotto la lampada a petroliolavorando l'uncinetto e guardando il fidanzatoMeglio sul terrazzo mentre la luna scintilla, l'organino suona da lontano e i garofani olezzanomeglio a vespro, quando il predicatore spiega le gioie del paradiso. Se per un istante è stata turbata la pace della vostra ignoranza, se un solo lampo vi ha illuminato un paesaggio sconfinato, se avete sofferto un sol minuto, se v'è entrato nell'anima un desiderio ignoto, se avete intuito quanto non sarà mai vostro, se vi è solo un rimpianto, allora, quel vostro palco che sembrava una festa, è stata invece una crudeltà.

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