14/11/16

Carlo Emilio Gadda 1)


Carlo Emilio Gadda nasce il 14 novembre 1893 a Milano, in via Manzoni 5. Nel 1912, conseguita la licenza liceale a pieni voti, si iscrive all'Istituto Tecnico Superiore di Milano - Sezione Ingegneri (poi Politecnico). Il 1° giugno 1915, chiamato alle armi, è assegnato al 1° Reggimento Granatieri. Trasferito al 5° Reggimento Alpini, al fronte, il 25 ottobre 1917 viene fatto prigioniero durante la ritirata di Caporetto: trascorre la prigionia a Rastatt (Baden) e nel campo di Celle (Hannover).


Tornato in patria nel gennaio 1919, riprende gli studi al Politecnico e l'anno seguente si laurea in ingegneria industriale (sezione elettrotecnica). Nello stesso anno comincia a lavorare come ingegnere. Con pause più o meno lunghe e diversi soggiorni all'estero (Argentina, Germania, Francia, Belgio), Gadda svolgerà la professione di ingegnere fino al 1940.
Nel febbraio 1924 decide di dedicarsi alla letteratura: avvia la stesura dei Cahier d'études, pubblicati postumi con il titolo Racconto italiano di ignoto del Novecento (Einaudi, 1983). Nel 1926 inizia la sua collaborazione alla rivista "Solaria". Tra il 1928 e il 1929 scrive la tesi di laurea in filosofia su Leibniz (tesi mai discussa), lavora a Dejanira Classis (Novella seconda) e La meccanica e avvia una collaborazione alla rivista "La Fiera letteraria". Nel 1931, con le Edizioni di Solaria, pubblica il suo primo libro: La Madonna dei Filosofi. Inizia inoltre le collaborazioni al quotidiano "L'Ambrosiano". Nel 1934 pubblica il suo secondo libro, ancora con Solaria: Il castello di Udine. Nello stesso anno collabora alla "Gazzetta del Popolo". Nel 1937 la sua Meditazione breve. Circa il dire e il fare (poi raccolta in I viaggi la morte, Garzanti 1958) apre il primo numero della nuova rivista fiorentina "Letteratura". L'anno seguente, sempre su "Letteratura", pubblica il primo tratto della Cognizione del dolore. Nel 1939 pubblica il suo terzo libro: Le meraviglie d'Italia (Parenti).
Nel 1940 si trasferisce a Firenze, in via Repetti 11. A Firenze si fermerà per un decennio (con uno "sfollamento" presso amici nella campagna fuori città, per evitare i bombardamenti, dall'estate 1943). In questo periodo pubblica Gli anni (Parenti), L'Adalgisa (Le Monnier) e, a puntate sulla rivista "Letteratura", Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.
Nel 1950, per ovviare a una situazione economica precaria, si trasferisce a Roma, assunto dalla Rai come consulente presso la redazione letteraria del giornale radio, poi come redattore alla Direzione programmi del Terzo Programma. Per la Rai scrive le Norme per la redazione di un testo radiofonico (stampato anonimo per uso interno, è reso pubblico con un'edizione Eri nel 1973). Nello stesso anno vince il "Premio Taranto" con il racconto Prima divisione nella notte.
Nel 1952 pubblica Il primo libro delle Favole (Neri Pozza). L'anno seguente, Novelle dal Ducato in fiamme (Vallecchi) che vince il "Premio Viareggio".
Nel 1955 si dimette dalla Rai e si trasferisce, sempre a Roma, in via Blumenstihl 19, sua ultima residenza. Pubblica il Giornale di guerra e di prigionia (Sansoni).
Nel 1957 Garzanti pubblica in volume Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, per il quale gli viene assegnato il "Premio degli Editori". Gadda diventa uno scrittore di successo.
Nel 1961 pubblica Verso la Certosa (Ricciardi). Nel 1963 esce in volume La Cognizione del dolore (Einaudi), che vince il prestigioso "Prix international de littérature". Nello stesso anno è pubblicata la raccolta di racconti Accoppiamenti giudiziosi (Garzanti). Nel 1964 gli viene conferito il "Premio Montefeltro" per l'intera opera letteraria.
Dal 1964 alla morte, anche per la pressione degli editori, pubblica in volume scritti già apparsi su riviste o inediti incompiuti la cui stesura risale a tempo prima: I Luigi di Francia (Garzanti, 1964), Le Meraviglie d'Italia. Gli anni (Einaudi, 1964), I racconti (Garzanti, 1965), Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo (Garzanti, 1967), Eros e Priapo (Garzanti, 1967), La meccanica (Garzanti, 1970), Novella seconda (Garzanti, 1971).
Nel 1972 la Presidenza del Consiglio dei Ministri gli conferisce il "Premio Penna d'Oro".
Carlo Emilio Gadda muore a Roma il 21 maggio 1973. Con la morte, non cessa la produzione editoriale dei suoi titoli, anche con pubblicazioni di opere inedite e numerosi epistolari.
Dal 2 novembre 2000 le sue spoglie si trovano nel Cimitero acattolico di Roma. L’epigrafe della tomba, composta dal poeta Mario Luzi, recita:
 «Qui nel cuore antico / e sempre vivo / di sogni e d’utopie / Roma dà asilo / alle spoglie di / Carlo Emilio Gadda / geniale e studioso artista / dalle forti passioni / morali e civili / signore della prosa».

Gadda va inteso nel contesto dei grandi esperimenti formali del Novecento europeo


il Pasticciaccio: è uno dei pochissimi libri utili e necessari d’italia (Calvino, nel 58)
complessità manzoniana della storia
impossibilità della forma chiusa
in ogni sua frase un compendio della storia ling d’italia
ha scritto nel primo novecento, ha pubblicato per il successo nel secondo: inattuale sempre.
«spunto di cronaca» a cui Gadda con tutta evidenza si ispirò: l’incendio verificatosi a Milano, l’11 giugno 1929, in via Boltraffio 1, e che costò la vita a quattro persone di una stessa famiglia. Ne riferì per molti giorni di seguito il Corriere della Sera, tra il 12 giugno e il 3 luglio di quell’anno.
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ALESSANDRO BARICCO IN "TOTEM", SUL FINALE DELLA COGNIZIONE



"Il posto prezioso che hanno i veri grandi scrittori nella nostra vita,la cosa per cui noi abbiamo una grande gratitudine nei loro confronti,è che loro sono capaci di dare nomi alla vita,alla nostra esistenza.Erano grandi perchè riuscivano a nominare le cose, alcune molto semplici ed altre molto molto più complicate. Nominare è una cosa preziosa per tutti,dare i nomi alle cose;si danno i nomi alle cose per difendersi dalle cose.
Se non sapete nominarle,non sapete cosa sono e non sapete come difendervi da loro. Noi raccontiamo,loro -i grandi- nominano la vita.Uno è particolarmente caro perchè lavorava con la nostra lingua,Carlo Emilio Gadda.Egli sapeva nominare le cose più strane con esattezza e bellezza quasi irripetibili [...] Vi leggero' gli ultimi due capoversi dal libro "La cognizione del dolore" ,un libro che non ha finito.E' parso di capire agli studiosi che queste sono effettivamente le ultime parole scritte dall'autore.La situazione,in due parole,è che una Signora è stata aggredita di notte e sta per morire;non si sa se morirà,non lo sapremo mai.Hanno passato la notte,quel che restava della notte,hanno cercato di curarla;adesso lei è stesa nel suo letto,quello che si poteva fare l'hanno fatto.E' un'agonia silenziosa,in una stanza,questo è cio' che accade nell'ultimo brandella di notte,cio' che accade dopo è l'alba.Quello che scrisse fu questo:

-- Lasciamola tranquilla disse il dottore,andate,uscite.
Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto,come in un estremo recupero della sua dignità,parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell'impossibilità di dire: -Io- .L'ausilio dell'arte medica,lenimento e pezzuole,dissimulo' in parte l'orrore.
Si udiva il residuo d'acqua ed alcool delle pezzuole strizzate,ricadere gocciolando in una bacinella. Ed alle stecche della persiana già l'alba. Il gallo improvvisamente la suscito' dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta.La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi,nella solitudine della campagna apparita. --

(spiegazione) Alessandro Baricco: "...parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell'impossibilità di dire: -Io- ".
L'autore ha espresso una cosa che molti di noi conoscono.
Quando tu vedi un agonizzante,uno che sta per morire,come dice lui..., nei malati hanno tutti i capelli sudati, il pigiama sempre storto e la dentiera in giro, fanno fatica a tenere insieme questo corpo che sta per morire e mentre tu lo guardi c'è una parte di te che lo pensa -se poi tutto finisce così, cosa si salva di tutto quello che ho fatto?- .
Questa cosa noi vagamente la pensiamo ed è espressa in quella riga - Sovrana coscienza della impossibilità di dire -Io- - .

"...si udiva il residuo d'acqua ed alcool delle pezzuole strizzate". Questa è una inquadratura cinematografica molto stretta. Lui te la rende con un suono -si udiva...- ma in realtà ti fa -vedere- con un rumore,un'immagine.

"...E alle stecche delle persiane già l'alba".
Lui non dice -c'è l'alba- oppure -ce sta l'alba- ,è -alba-
ma non c'è il verbo! non c'è bisogno del verbo. Quello che tu vedi è nelle stecche delle persiane, il rimbalzo della luce. Più sei esatto e più quel nome resisterà. Se tu sei vago,i tuoi nomi durano una sera ma il giorno dopo non sai cosa fartene.

C'era da dire l'alba e lui dice questo:
"Il gallo improvvisamente la suscito' dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta".
Il gallo è banale, ma che lui l'alba -la susciti-  non è che la canta,che la chiama. C'è un verbo per quella cosa,nella nostra Lingua c'è un verbo che dice -quella- cosa,ha il suono di quella cosa,è il nome di quella cosa.

Ultima frase.Come nei temi che si cercava di scrivere più bella  non ho mai capito perchè,per lasciare una buona impressione e strappare il 6.
"La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi".
Lei,l'alba, non -ce sta- e nemmeno arriva o si avvicina,ma
-accede-.Elenca i gelsi...  Voi ve lo immaginate questo viale di gelsi? e l'alba che arriva ed è luce che arriva:il primo gelso,il secondo;il terzo gelso,trrrrr  ,
e sale ed intanto -elenca-.La luca è quello che fa,eh,nella vita la luce -elenca-.Prima non capisci dopo di chè elenca.
Come l'elenco dei lavori fatti dal meccanico,faro,fanalino...  Tu sai finalmente cos'ha fatto.Arriva la luca e tu -sai-.Quello che fa è elencare.
Guardate... in tre parole c'è un movimento e c'è il senso di un gesto,il senso della luce per sempre bloccato lì:elencare i gelsi.
"Nella solitudine della campagna apparita".
Qui c'è una cosa di tempo molto bella.Lui inizia la frase che l'alba arriva -elenca i gelsi- e la finisce -nella solitudine della campagna apparita-  fohp! è arrivata.
In una frase,l'inizio dell'alba e poi ti guardi intorno,è arrivata.Spazio,tempo tutto in una frase.Questa ultima frase è una melodia,un canto.Non si sente niente tipo 
-truffa,propano o propellente-  è la danza dell'alba.
Noi possiamo sentire anche il suono,nessuna traduzione al mondo potrà restituirlo.
-La invitava // ad accedere e ad elencare // i gelsi // nella solitudine // della campagna // apparita- .
- Taan // taaaaaan // tan //
taaan // taaan // tan -  . 
Alessandro Baricco.
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Walter Pedullà, Carlo Emilio Gadda. Storia di un figlio buonannulla, Editori Riuniti, Roma, pagg. 398

Il Sole24Ore Domenica 1 luglio 2012
disegno di Tullio Pericoli (da “Ritratti” Adelphi 2009)
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Carlo Emilio Gadda
Buonannulla di genio
di Fabrizio Forquet
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«Piuttosto che nominare gli oggetti e le cose, Gadda li sorprende nel loro farsi e testimonia della loro provvisoria esistenza». Per chiunque si trovi ad affrontare la gigantesca figura di Carlo Emilio Gadda, il massimo scrittore italiano del Novecento, c’è un’altra montagna da scalare: è quella «Disarmonia prestabilita» con la quale Giancarlo Roscioni aprì, ormai oltre 40 anni fa, il labirinto gaddiano a generazioni di lettori, Italo Calvino compreso, rivelando le ragioni profonde di percorsi digressivi acrobatici, di processi astrattivi, di un “pasticciaccio” linguistico che infiamma la prosa.
«Conoscere – per il Gran Lombardo – è inserire alcunché nel reale, è quindi deformare il reale». Ma l’obiettivo del suo furore incendiario resta sempre quello di ricostruire il piano della realtà, per non arrendersi al caos. Il momento della deformazione serve a disvelare, dietro la superficie delle cose, la trama che le unisce le une alle altre conferendo a ciascuna la sua provvisoria apparenza. Lo gnommero di Ingravallo va dipanato. L’ansia dell’ingegnere non si ferma alla rappresentazione del magma del reale, non rinuncia mai a risalire la catena delle molteplici cause per arrivare al quadro, all’insieme.
Walter Pedullà, nel riprendere il suo saggio su Gadda del 1997, non teme di confrontarsi con quella montagna e con questa verità. Riequilibra la sua opera, aggiunge oltre cinquanta pagine nuove sul Pasticciaccio, rincorre il «figlio buonannulla» sui percorsi dell’omnia circumspicere. Fa emergere «la geometria nel caso, caos o pasticciaccio di Gadda, che sia cerchio (l’omnia) o cubo, figura solida in cui possono essere più proficuamente iscritti tutti i romanzi di Gadda».
Sottolinea l’ambizione in qualche modo realistica dello scrittore lombardo, perché «barocca è la vita» ed è solo per questo che il seguace di Alessandro Manzoni non poteva che essere uno scrittore barocco.
Non dimentica la lezione di Roscioni, Pedullà, nell’affrontare l’apparente mistero delle digressioni che sono sempre e comunque al servizio del romanzo. «Arrivano notizie da ogni parte e da ogni livello: stai pensando una cosa, e se ne impone un’altra; osservi un luogo, e un’associazione inconscia ti porta lontano e sollecita un’emozione estranea; stai parlando con una persona, e la tua mente si mette a dialogare con un’altra. Forse è la nevrosi ma, se così fosse, la nevrosi è linguaggio della modernità, ovvero della passeggera verità attuale».
Eccolo il cuore della mimesi barocca. Dell’ossimoro scabroso, che in Gadda smonta, costruisce e rappresenta il reale in continuo e vorticoso rimescolamento, moltiplicazione, enumerazione. Savinio e Debenedetti, ricorda Pedullà, preso in mano lo gnommero, parlarono di «forma dell’informe» e capirono cos’è il formalismo dei narratori moderni.
La mente va ad Arbasino che rilevò che «nel magma delirante dove i vecchi recensori scorgevano tutt’al più “coacervi” o “congerie” di tipo neurotico o materico, un nuovo saggista agguerrito come Roscioni individua piuttosto una tecnica conoscitiva e una visione dell’Universo». Gadda vuole chiudere la tela. In questo sbaglia Pedullà quando afferma che il Pasticciaccio pretende di finire, ma si scontra nelle resistenze di un narratore «tenacemente restio a mettere la parola fine al suo romanzo». Gadda quella parola vuole metterla, ma semplicemente non ce la fa: l’analisi dei dettagli e la ricerca delle cause si rivelano «una tela di ragno» che imprigiona «non la mosca per cui è stata filata, ma il suo scrupoloso e improvvido costruttore».
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