15/11/16

Carlo Emilio Gadda 2)

(a cura del dott, Francesco Bortolotto)

CARLO EMILIO GADDA (1883- 1973)


1) Introduzione a Gadda








2) GADDA E MANZONI 






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Apologia manzoniana
(in Solaria, 1927)

 Scelta di brani


Con un disegno segreto e non appariscente egli disegnò gli avvenimenti inavvertiti: tragiche e livide luci d’una società che il vento del caso trascina in un corso di miserie senza nome. […]
Volle poi che il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni nato della sua molteplice terra e non la trombazza roca d’un idioma impossibile che nessuno parla, non solo, e sarebbe il male minore, ma che nessuno pensa né parlando a sé o al suo amico, né alla sua ragazza, né a Dio. […] Egli volle parlare da uomo agli uomini, ai miserabili uomini. […]
Quello stesso amore per cui disegnò la dolce figura d’una popolana, lo condusse a dire le cose vere delle anime con le vere parole che la stirpe mescolata e bizzarra usa nei sogni, nei sorrisi e dolori. Dipinse d’altronde anche marchesi, conti e duchi, sia nazionali che esteri, e non meno bene che quelli dal ciuffo. […] Nei chiusi palazzi vi sono sale con volte dipinte, tubi di penombra: a crociera nella penombra arriva da minori volte il lume di tutti, che finestrette misurano avaramente. Quivi dietro grate ingiuste e irremovibili pallidi visi, occhî cerchiati di rinunce distruggitrici scrutano la sana vita degli altri e la luce, la perduta luce del mondo polveroso e rivoltolato dove sono le spade, le piume, le corse affannose ed il sangue. Negli atroci silenzî la legge si fa irreale, perché nessun termine di giusto riferimento le è conceduto. Non vi è legge se non nelle viscere torturate. […]
Ma una tragica sinfonia inizia il poema: già si delinea la tragedia spaventosa di una società senza norma e senza volere, che il caso allora travolge.  […] La tragica sinfonia vuol scendere nelle viscere proprie della stirpe, da che poi i mali palesi ed esterni, quali sono le percosse, l’arbitrio, la derisione, il saccheggio, la contumelia, il patteggiamento, la prepotenza, la miseria, la paura, l’ignavia dell’anima e i suoi nefandi errori nel conoscere e nell’eleggere, il creder possibile il bene d’uno senza quello di tutti, l’amare il suo figlio e non la sua figlia, l’affidare la propria storia e il destino al volere di altri, il proprio pensiero ad una regola imposta da altri e perciò non sentita; da poi che i tocchi profondi ed oscuri non si palesano alle anime, ebbene ultimo consentimento: cioè sciagura a cui consentire: una povera terra, ultimo male: la fame.
Renzo, non meno della sua ragazza, rappresenta nel suo poema la stirpe, operante per elezione morale.

Don Alessandro, alcuno mai non ci farà dono d’una nuova edizione della vostra storia! Ma, se così fosse, vi chiederemmo: “Don Alessandro, non fotografate così spietatamente le magagne di casa; non interpretate così acutamente, ai fini d’un ammonimento sublime, i fatti che sogliono ricevere espressione nella retorica del giorno. Che Renzo sia un libertario un po’ in gamba, mettetegli almeno una cravatta di quelle che portarono i terribili comunardi della vostra Parigi. Che Lucia non sia così modesta, così legata, così facile ai rossori, da attirarsi le beffe di un asso della tiratura romanzesca. Oppure camuffate Renzo da guidatore su pista e fategli declamare Nietzsche, svestite Lucia e fatele leggere Margueritte. Allora soltanto potrete sperare un posto in Parnaso; mentre così, Don Alessandro (ma che avete mai combinato?) vi relegano nelle antologie del ginnasio inferiore, per uso dei giovinetti un po’ tardi e dei loro pigri sbadigli. Che cosa avete mai combinato, Don Alessandro, che qui, nella vostra terra, dove pur speravate nell’indulgenza di venticinque sottoscrittori, tutti vi hanno per un povero di spirito?
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3) L'INGEGNER GADDA VA ALLA GUERRA
















                                                  Giornale di guerra e di prigionia


Scelta di brani

[1]
Cellelager, Block C, Baracca 15, camera B. – 5 maggio 1918 – ore 20:00.
Ma non pensiamo a noi, alla nostra sorte irredimibile, alla nostra vergogna, al nostro dolore. Che importa, anche per noi singoli, se un’ombra tragica è proiettata sulla nostra vita per sempre, come l’ombra del monte invade precoce la valle che il sole è ancor alto nel giorno? Noi siamo colpevoli o vittime che non meritano d’essere considerati; martiri inutili; lasciamoli al loro martirio. I fratelli più degni o più fortunati perseguono l’opera in minor numero, in maggior gloria. Preghiamo per la loro gloria, per la salute della patria, preghiamo nell’ombra. Possa esser data alla patria la sua giusta grandezza, la sua forma pura ed immune; possa essere largita ai suoi fedeli la corona della vittoria.

[2]
Vicenza, 5 giugno 1916.
Il mio animo, nonostante la placida vita di questi giorni, non è affatto sereno: alle ragioni permanenti della mi tristezza […] si uniscono quelle concernenti la nostra situazione militare. La preoccupazione patriottica, etnica e politica vela come di un colore di desolazione l’aspetto della mia patria divina, della mia gente: […] verso i monti guardo con rincrescimento e paura […] ciò nonostante  la mia volontà è fermissima, nel decidere che è doverosa la mia presenza al fronte. […] Spero che il mio sistema nervoso sostenga l’orrore della guerra, che ancora e sempre non per ostinazione polemica io credo necessaria e santa.
Treschè Conca, 24 luglio 1916
La paura continua, incessante, logorante che fa stare Scandella e Giudici e Carrara rintanati nel buco come delle troie incinte, è roba che mi fa schifo. 

[3]
Treschè Conca, 21 luglio 1916, ore 18:00
Il pasticcio e il disordine mi annientano
Treschè Conca, 21 luglio 1916, ore 20:00
La malinconia, al pensiero delle stranezze finanziarie della mia famiglia, mi cresce: col pensiero instabile rivedo tutti gli anni di privazioni e di fatiche durati dalla mamma […] quale tristezza deve occupare il suo animo, oltre la continua angoscia a pensare che tante fatiche potrebbero in un attimo diventar vane. Io mi ripeto angosciosamente un voto già fattomi:
Che la guerra prenda me, ma non mio fratello!

[4]
Lettera al cugino Piero Gadda Conti, 1967
A mia tenue e, forse, insufficiente scusa, valga il fatto che ero stato travolto da terribili anni (come tutti); che non avevo avuto la forza d’animo di affrontarli col necessario eroismo: che, insomma, avevo mancato a tutto, su tutta la linea. Ero già allo stremo delle mie forze il 10 giugno 1940, prima che la ennesima e più terribile guerra si aprisse a nuovi e insuperati orrori. Molte cose vorrei dirti prima di spegnermi, ma solo a voce, come in confessione, per non essere ulteriormente incriminato di colpe che non sono colpe e di delitti che non ho commesso. Bastano già i miei rimorsi a crocifiggermi. Saluto te e i tuoi con un affetto.
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