13/01/17

Pier Paolo Pasolini 2

Uno speciale su PASOLINI:
http://www.cultura.rai.it/webdoc-pasolini/index.html#services

 

LE ceneri di Gramsci: il testo 

https://www.nazioneindiana.com/2009/08/25/loca-iii-le-ceneri-di-gramsci/

Le ceneri di Gramsci nella riflessione di un critico contemporaneo

"Quale considerazione si avrebbe, oggi, della letteratura popolare e della poesia in dialetto, se non ci fosse stata anche, negli anni Quaranta e Cinquanta, la battaglia dell’antiermetico e gramsciano Pasolini, con la sua produzione in proprio (mettiamo Poesie da Casarsa, del 1942) e la sua attività di saggista e critico, culminata in Passione e ideologia (1960)? E ancora: sarebbe stato lo stesso quel processo che ha visto la poesia italiana compromettersi, sempre di più, con la prosa e la narrativa, senza le guerre di Pasolini? 
Ritorno alla domanda sull’importanza delle Ceneri: per rispondere che potrebbe stare nel tentativo di candidarsi come proposta d’una poesia civile, lavorata dentro una nuova dimensione oratoria, tale da smentire la persistente convinzione crociana dell’impossibilità d’ogni allenza, a vantaggio della poesia, tra prosodia ed eloquenza, metrica ed ideologia. Un tentativo molto difficile e coraggioso sulla scena italiana, se si pensa che, quanto ad eloquenza civile, l’Italia aveva conosciuto la retorica nazionalista di Carducci e D’Annunzio. In questo senso, Le ceneri hanno qualcosa di prodigioso. Senza nemmeno negarsi a certe accensioni di lirismo che non si dimenticano, come nell’incipit della VII sezione che dà il titolo al libro: «Non è di maggio questa impura aria/che il buio giardino straniero/fa ancora più buio, o l’abbaglia»."
(Massimo Onofri La poesia civile di Pasolini)


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"Gramsci è sepolto in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley. Sul cippo si leggono solo le parole: 'Cinera Gramsci', con le date".  Il poemetto si apre con un inizio lento, con ritmo cadenzato. Vi è contrasto tra il laico cimitero in cui è sepolto Gramsci e il lontano battere delle incudini dal quartiere popolare di Testaccio, non lontano da lì, ma già un altro mondo, un'altra vita. Il Gramsci di quel cimitero non è quello della prigionia, della lotta, "non padre, ma umile fratello" (2), quindi indifeso e solitario. E' riscontrabile in questa idealizzazione di Gramsci la figura del fratello partigiano assassinato: anch'egli giovane e indifeso. Ma il centro del poemetto si sposta sulla figura del poeta, mentre Gramsci viene "preso, ripreso e abbandonato più volte con un ritmo spezzato quasi a testimoniare la difficoltà di una precisa definizione. [...] Come se il poeta, volgendo lo sguardo direttamente su di sé, acquistasse maggior forza, maggior interesse".
Di fronte alla spoglia tomba di Gramsci nel cimitero acattolico di Roma, il poeta uomo e artista si pone a dialogare con quelle spoglie “non padre, ma umile fratello” (come a negare un distacco da una figura paterna borghese che Pasolini aveva realmente avuto). Lì c’è un Gramsci che pare solitario e indifeso. L’atmosfera che si respirava e si respira nel cimitero è di per sé lirica. Chi ancor’oggi, a mezzo secolo dai versi, dovesse varcare il cancello s’immergerà in un altro mondo. Le mura hanno il potere d’isolare quel luogo di memoria dall’incessante fluire del traffico che attorno si scatena. Negli anni Cinquanta la ressa meccanica non c’era, pulsava assai più il quartiere operaio di Testaccio di cui, sotto il Monte dei Cocci, s’ascoltavano voci e rumori. Al posto delle decine di bottegucce e laboratori dove si riparava quello che mai si sarebbe gettato via, ora l’economia del consumo - di cui il poeta coglieva contraddizioni e contaminazioni - ha piazzato alcuni ritrovi gastronomici e musicali.
Eppure le tante antinomie non smorzano l’amore per il popolo. L' immagine della tiepida sera  è d’una struggente bellezza, diversa e simile per l’eccelso lirismo ai versi leopardiani “Me ne vado, ti lascio nella sera che, benché triste, così dolce scende per noi viventi, con la luce cerea… Il rotolìo dei tram, i gridi umani … la corporea, collettiva presenza … la sopravvivenza nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per l’operare quotidiano …”. 
L’ultima terzina del poemetto  “con il cuore cosciente di chi soltanto nella storia ha vita, potrò mai più con pura passione operare, se so che la nostra storia è finita?”  diventa insieme un monito e un grido di dolore coi quali Pasolini ha già compreso la condanna che gli amati proletari e lui medesimo sono destinati a subire.


Ma in cosa consiste questo sperimentalismo pasoliniano? Lui stesso si è sempre detto anti-novecentista, si è sempre opposto sia alla matrice ermetica, sia al futurismo sia alla più recente neo-avanguardia
L'unica indicazione ci viene proprio dalle sue dichiarazioni: non c'è sperimentazione poetica che possa prescindere dalla tradizione, dato che compito del poeta è rinnovare il linguaggio, operazione possibile solo a partire dalla storia di quel linguaggio. 
E proprio a proposito di storia, credo sia illuminante proporre qui uno schema riassuntivo delle problematiche sollevate da Pasolini nel famoso articolo Nuove questioni linguistiche:
definizione di koinè come italiano "medio" usato dalla media borghesia; un pura astrazione grammaticale, una lingua in realtà dualisticamente scissa in lingua letteraria e lingua strumentale;
problema del rapporto tra gli scrittori e la koinè, dal quale scaturiscono tre linee: media (italiano irreale e scolastico); alta (sublime e classicistica); bassa (veristico-dialettale);
nascita e fine del realismo: inizialmente lo scrittore esercitava il proprio "mandato" attraverso l'uso del discorso indiretto libero, grazie al quale poteva diffondere la conoscenza del linguaggio e della coscienza popolare; con la crisi epocale provocata dallo sviluppo economico del dopoguerra, scade il "mandato", dando vita a due tipi di reazione: quella purista, classicista o ermetica, e quella della neo-avanguardia. Reazione che è anche restaurazione borghese:
opposizione comunicatività - espressività, a partire dal linguaggio dei mezzi mediatici, in quali operano una strumentalizzazione dell'italiano;
nuovi centri di innovazione e unificazione linguistica sono le aziende; finisce così l'osmosi dell'italiano con il latino e comincia quella con il linguaggio tecnologico; la nuova lingua è finalmente unitaria, si basa sui principi della strumentalizzazione comunicativa e dell'omologazione di massa: nasce l'egemonia culturale della classe neocapitalistica. La lingua dell' "Italia reale" rientra nel ciclo produzione-consumo, vincendo sull' "Italia retorica";
il nuovo "mandato" dello scrittore consiste nel conoscere "scientificamente" la realtà, impadronirsi della nuova lingua e operare su essa in senso espressionistico, al fine di affermare la propria libertà, in un rifiuto anticonformista dell'omologazione.

Lo scrittore Walter Siti sull'endecasillabo delle Ceneri sostiene che l'intera operazione poetica di Pasolini è tesa a scardinare programmaticamente la regolarità dell'endecasillabo, secondo due direzioni: o verso la complicazione (attrazione verso la prosa e l'ipermetria), o verso la semplificazione (che comporta la distruzione del metro con giochi interni al verso). Riferimento costante al Pascoli dei Poemetti- enjambement frequenti.

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Italo Calvino, lettera pubblicata ne “Il Contemporaneo” del 1956:

 “...ma appunto per il fatto che è finalmente una poesia che muove dalla discussione ed è per di più una bellissima poesia, che riassume e supera l’elezione della tradizione italiana della poesia civile, della sapienza verbale dei maestri dell’ermetismo, e delle esigenze realistiche più recenti, io sono convinto che con Le ceneri di Gramsci si apre una nuova epoca della poesia italiana”.

Pasolini stesso in una lettera del 1950 scritta a Silvana Ottieri, 

 “La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che gli altri lo accettino o no. E’ una cosa scomoda, urtante, inammissibile, ma è così: e io come te, non mi rassegno”

Pasolini arrivò a Roma nel gennaio del 1950 e nel 1954 scrisse il poemetto Le Ceneri di Gramsci.  La genesi del poemetto è da ricercare in questi primi quattro anni della vita romana di Pasolini; sono gli anni in cui Pasolini scopre Marx e Gramsci e conduce una vita nuova rispetto a quella del Friuli da dove era stato cacciato per motivi omoerotici.  Sono anni difficili: disoccupato, abita in una casa in affitto e la mamma è costretta a lavorare come serva presso una famiglia romana. Questo mondo romano delle borgate è molto diverso dal mondo contadino, ma sano, del Friuli.


La lucidità e l’impressionante precisione delle analisi o meglio   delle  profezie   di   Pier Paolo Pasolini sullo stato delle cose italiane sono riconosciute, oggi, più o meno da tutti. La scomparsa della cultura autentica di un popolo sostituita da un immaginario omologato, plastificato e televisivo (quello che Pasolini definì un “genocidio  culturale” )   sono oggi , molto più di allora, consumati ed evidenti. Quello che non sempre si ha la forza di riconoscere, a trent’anni da quella notte di novembre in cui lo scrittore venne trucidato (è recente la riapertura - poi di nuovo archiviata - dell’inchiesta dopo le nuove dichiarazioni di Pino Pelosi, condannato come esecutore dell’omicidio), è che molto del suo singolare fiuto nel distinguere e riconoscere, nel giudicare, comprendere, ma anche nel lottare, è retaggio e patrimonio prima di tutto del Pasolini poeta. 
Sul valore della poesia di Pasolini, che del resto dell’eccesso e della provocazione ha sempre fatto una propria arma, i giudizi sono ancora screziati e diversi. Da parte di alcuni (ad esempio la nota di Mengaldo nella sua antologia I poeti italiani del Novecento, del 1978) si tende a restringere poco oltre la produzione in dialetto il buono della poesia pasoliniana, contestando quasi in toto l’operazione successiva, da Le ceneri di Gramsci in particolare, come mescolanza e ibrido di letterario e predicatorio, di basso popolano e di decadente. Eppure una tenace, resistente vitalità di questa poesia, come si è detto esuberante, esondante, quasi in perenne eccedenza di quantità, è un dato che i   recenti  due  tomi  dei   “Meridiani ” Mondadori di Tutte le poesie, a cura di Walter Siti (2003), non hanno fatto che confermare. Il punto è che Pasolini si è sempre identificato (e certo non solo in poesia) con una fondamentale  forma  di   schizofrenia,  di contraddittorietà, di divisione.

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Supplica a mia madre
È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia. 
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
(Da Poesia in forma di rosa)

Versi del testamento

La solitudine: bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori del comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza o mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.

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Io sono una forza del Pas­sato.
Solo nella tra­di­zione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d’altare, dai bor­ghi
dimen­ti­cati sugli Appen­nini o le Pre­alpi,
dove sono vis­suti i fra­telli.
Giro per la Tusco­lana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone.
O guardo i cre­pu­scoli, le mat­tine
su Roma, sulla Cio­cia­ria, sul mondo,
come i primi atti della Dopo­sto­ria,
cui io assi­sto, per pri­vi­le­gio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qual­che età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cer­care fra­telli che non sono più.
Fram­mento di una poe­sia di Paso­lini datata 10 giu­gno 1962 e inse­rita poi in Poe­sia in forma di rosa. Fa parte delle liri­che scritte durante la lavo­ra­zione di Mamma Roma, e Paso­lini la fa reci­tare al regi­sta della Pas­sione di Stracci nella Ricotta. Qui si può vedere il pas­sag­gio del film: la voce a Orson Wel­les la pre­sta il poeta Gior­gio Bas­sani. 
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Il romanzo Ragazzi di vita (1955)

Capitolo 1 – Il Ferrobedò

Mentre Roma è ancora occupata dai tedeschi, Ricetto e Marcello, poco più che bambini, si danno ai furti di rottami, saccheggiando una fabbrica distrutta dalle bombe. Nei giorni seguenti si recano a Ostia, poi al Tevere a fare il bagno. Compiono altri furtarelli, e alla fine perdono quei pochi soldi racimolati giocando a carte. Si dirigono poi ancora al fiume Tevere, dove, con una piccola barca, si avventurano lungo il fiume. Altri ragazzi li raggiungono a nuoto. Riccetto salva una rondine, caduta in acqua, che sta per affogare.
Capitolo 2  - Il Riccetto
Ricetto impara da un ragazzo napoletano a truffare i passanti con il gioco delle tre carte, poi, però, si fa fregare tutti i soldi guadagnati da una prostituta. Nel frattempo crollano  le scuole dove stava dimorando, travolgendo sua madre e il suo amico Marcello.
Capitolo 3 – Nottata a Villa Borghese
Ricetto e Caciotta vivono di espedienti, mangiano alla mensa dei frati, fino a quando non rubano un portafoglio ad una signora.
Capitolo 4 – Le notti calde
Amerigo, un amico grande e grosso di Caciotta, convince anche Riccetto a giocare  tutti i soldi in una bisca clandestina e li perde tutti. Oltretutto, arrivano i carabinieri e Riccetto fa appena in tempo a non farsi vedere. Caciotta, invece, va in prigione, Amerigo scappa, fa resistenza alle forze dell’ordine e una volta acciuffato, si getta da una finestra per scappare ancora e, dopo pochi giorni, muore atrocemente. Alduccio avvisa Riccetto della morte di Amerigo. Riccetto partecipa con noia ai funerali, insieme al suo nuovo amico di accattonaggio, il Lenzetta.  
Capitolo 5 – Il bagno sull’Aniene
Nuovi episodi di accattonaggio: Riccetto rovista nella spazzatura, fa piccoli furtarelli e passa tre anni in prigione nel carcere minorile di Porta Portese (ellisse). Di notte aiuta Sor Antonio a rubare dei cavolfiori, poi gli lascia i pochi soldi che ha e diventa moroso di una delle sue figlie, ma il rapporto non va al di là di un po’ di sesso consumato insieme.
Capitolo 6 – Dentro Roma
Dopo tre anni di carcere (altra ellisse) il Riccetto torna dai suoi amici, a fare un bagno nell’Aniene. Il Caciotta, che nel frattempo è ingrassato parecchio, ha paura, non fa il bagno e poi scopre di essere stato derubato. I cani inseguono i ragazzi, poi si mettono a lottare fra di loro. Subito dopo i ragazzi incominciano a lottare tra di loro proprio come i cani (con un evidente raffronto uomo-animale). Piattoletta, ragazzo timido e poco furbo, oltrechè un po’ troppo magro, viene prima costretto dai suoi crudeli compagni a parlare in tedesco, poi legato a un palo e bruciato vivo
Capitolo 7 – La Comare Secca (=la morte)
Alduccio, senza lavoro, ha messo incinta una ragazza che non lo vuole, che ha il padre ubriaco e la madre isterica. Bugalone, amico di Alduccio, talmente ammalato di tubercolosi, che i dottori gli hanno diagnosticato solo un anno di vita, ha una madre fanatica, che vede diavoli e fantasmi di parenti morti nel letto di notte. Alduccio e Bugalone hanno talmente tanta voglia di fare l’amore e sono tanto squattrinati che alla fine vanno con un omosessuale. Riccetto li accompagna in una grotta al fine di rivedere i luoghi della sua fanciullezza. Alduccio va poi in un  bordello, ma non riesce a fare all’amore per la debolezza fisica. La madre di Alduccio, quando lui torna a casa, lo rimprovera perché non lavora e lui, per tutta risposta, la ferisce con un coltello e lei non lo denuncia.
Capitolo 8
Genesio, insieme con i suoi fratelli minori Mariuccio e Borgoantico e con il cane Fido, scappa di casa, ricercato dai carabinieri, e va al fiume Aniene, dove muore affogato, nel tentativo di riattraversarlo a nuoto, sotto lo sguardo impotente di tutti, anche di Riccetto.
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Personaggi

È la storia della giovinezza di Riccetto (dai dieci ai vent’anni). Riccetto è un ragazzo di borgata. Tuttavia, a differenza del successivo Una vita violenta in cui sarà più evidente la centralità del protagonista Tommaso e il filo conduttore dell’intreccio, in Ragazzi di vita Pasolini vuole soprattutto descrivere un mondo, pertanto i personaggi e le situazioni si accavallano con minore organicità.

Narratore

Il narratore è esterno, ma non impersonale, come nei romanzi veristi. Egli infatti è commosso spettatore, proiezione di Pasolini stesso, che soffre con il protagonista. Il dolore è infatti ciò che connota il legame di Pasolini con la realtà.

Tempi

L’arco di tempo va dal 1944 al 1954 e corrisponde alla giovinezza di Riccetto. Sono presenti pause, scene ed ellissi.

Spazi

Ovviamente in questo romanzo prevalgono gli spazi aperti, anche perché le baracche a Riccetto e ai suoi amici servono a malapena per dormire, e neanche per  mangiare. Lo scenario è quello delle periferie romane con strade, salite, viottoli e abitazioni piuttosto squallide. Il fiume (l’Aniene, per esempio) è, invece, luogo benevolo, dove si costruiscono le avventure dei ragazzi e si sfoga il loro desiderio di libertà. Anche se, bisogna dire, può essere anche luogo di morte.

Stile

Il lessico di Pasolini è decisamente condizionato dal dialetto romanesco, e tocca in più punti il turpiloquio 

Tematiche

La cosa drammatica che connota la vita di questi ragazzi è che ogni fatto non ha una continuazione, non si proietta verso il futuro, ma si consuma nel momento stesso in cui è vissuto e trova lì tutto il suo significato   In quegli stessi anni, negli U.S.A., c’è chi fa dell’esistenza alla giornata la propria filosofia di vita: è la cosiddetta generazione on the road descritta nel romanzo Sulla strada di Jack Kerouac. Negli Stati Uniti, però, questo avviene per una scelta, mentre i protagonisti di Ragazzi di vita sono costretti a vivere così, perché non ci sono alternative, che possano rendere la loro esistenza meno precaria.  
Il lavoro non esiste, ci sono solo stratagemmi (piccole truffe, ruberie), mentre i protagonisti vedono il lavoro, quello vero, come una gabbia, che contrasta il loro modo di vivere senza prospettive, senza provvidenza, senza futuro e senza progetti. Il loro stile di vita è quello dell’accattonaggio. Questo romanzo e il seguente Una vita violenta (1959) ispireranno il primo film di Pasolini L’accattone (1961).
Il sesso è animalesco: bisogna fare all’amore per sfogare un istinto. Non importa con chi lo si fa (generalmente con prostitute, talvolta con omosessuali). Questi ragazzi non sanno cos’è l’amore, né cos’è un rapporto di fidanzamento.
Un altro riferimento letterario che sorge spontaneo è quello ai romanzi picareschi del seicento spagnolo (soprattutto nel capitolo 5 – Le notti calde)


Ragazzi di vita non è romanzo in senso proprio (manca un protagonista, un vero e proprio intreccio, una struttura organica), ma una serie di scene sostanzialmente autonome. Attraverso esse, Ragazzi di vita offre una cruda testimonianza della vita nelle borgate romane tra la fine della seconda guerra mondiale e l'inizio degli anni Cinquanta. Se osservato attraverso i parametri delle  convenzioni romanzesche, il romanzo può effettivamente apparire privo «di spina dorsale» (Pullini); occorre però innanzitutto tener conto del fatto che l'ispirazione del libro è più saggistico-documentaria che propriamente narrativa. Inoltre è lecito pensare che Pasolini abbia conferito al libro una struttura volutamente "aperta" proprio perché rispecchiasse realisticamente il "ritmo" anarchico della vita dei suoi "eroi" (attaccando così le convenzioni romanzesche anche sul piano strutturale, oltre che, come vedremo, linguistico).

I personaggi del romanzo, tutti giovanissimi, appartengono esclusivamente al sottoproletariato urbano. Solo in alcuni casi vengono presentati con i nomi propri (Amerigo, Marcello, Genesio), mentre l'autore preferisce identificarli con il soprannome in codice" che hanno nel gruppo di sbandati di cui fanno parte (il Lenzetta, il Piattoletta, il Riccetto), quasi a sottolineare la separatezza del mondo dei "ragazzi di vita" dal corpo sociale. Legati a una dimensione di pura "fisicità", essi si muovono spinti sempre da esigenze elementari, addirittura biologiche (il cibo, il sesso), non hanno una coscienza, men che meno politica, sono pura energia vitale. 
Vivendo alla giornata, di espedienti, incorrono in continue avventure, ora comiche, ora grottesche, ora tragiche. Neppure queste ultime però lasciano il segno su di loro: sospinti da una esuberante energia, essi vengono riassorbiti dal ritmo della loro vita vagabonda, disperata e insieme allegra. Sono personaggi elementari che si esprimono esclusivamente nell'azione (in cui mettono in mostra la loro animalesca agilità) o nel dialogo assai scarno, spesso ridotto a insulto gridato, che accompagna le loro scorribande. 
Assai di rado l'autore ne illumina qualche tratto interiore, facendo affiorare qualche "sentimento", che riguarda per lo più l'indulgente protezione dei più piccoli e la tenerezza verso gli animali (la rondinella del cap. I, il cagnolino di Marcello). Nessuno dei "ragazzi di vita" conosce una reale evoluzione, una crescita interiore: essi restano legati per tutto il romanzo ad una fanciullesca ignoranza, a un'esistenza «aurorale» (Ferretti), preculturale e in un certo senso addirittura presociale. Infatti il loro mondo non comunica con l'esterno (cioè con la società e con la storia) e lo stesso gergo ristretto in cui si esprimono sottolinea questa separatezza. 
Quando qualcuno di essi entra a far parte del mondo degli "altri" (gli adulti, la gente che lavora) cessa di interessare l'autore. È emblematica in questo senso la sorte che Pasolini riserva al Riccetto, il personaggio più importante del romanzo. A partire dal capitolo quinto, l'autore lo sospinge dal primo piano sullo sfondo, in un certo senso lo emargina, relegandolo al ruolo di spettatore estraneo, quasi di intruso. Significativamente poi, alcuni personaggi adolescenti muoiono prima di entrare nella vita adulta (Marcello, Genesio).
La tematica cui si è fatto riferimento è indubbiamente in relazione con l'ideologia che sottende il romanzo, ed in particolare con la visione mitica, astorica che Pasolini ha del popolo«attratto da una vita proletaria /... è per me religione / la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza») (così scrive ne Le ceneri di Gramsci). 
Alla degenerazione della società borghese Pasolini contrappone la primitiva sanità del popolo, che, nei suoi strati più bassi (il sottoproletariato) gli appare ancora immune dagli pseudovalori e dagli snaturanti schemi di vita borghesi (o addirittura "civili": si veda la citazione di Tolstoj sul popolo come "grande selvaggio" preposta al quarto capitolo). 

In Ragazzi di vita la rappresentazione del paesaggio ha notevole rilevanza e riveste diverse funzioni: anzitutto quella di costruire lo sfondo realistico delle vicende. il narratore insiste allora costantemente sui tratti più squallidi, degradati della periferia romana, dove domina incontrastata la «zozzeria»: «Valanghe d'immondezza, case non finite e già in rovina, grandi sterri fangosi, scarpate piene di zozzeria». L'aggettivazione, scarna e incisiva, ha un ruolo privilegiato nel definire questo tipo di realtà, come in questi esempi: scarpate «putride e bruciate», lotti «scrostati e sporchi», loggia «acciaccata e cadente», praticelli «tozzi», finestrine «luride», tram «scassati», selciati «sconnessi». 

Per contro è assai frequente nel romanzo la presenza di squarci paesaggistici intensamente lirici, che rallentano il ritmo narrativo in pause distese. Si veda ad esempio il luminoso paesaggio che riflette la gioia del Riccetto per essersi impadronito del malloppo del «napoletano» o la rappresentazione della notte stellata durante l'episodio dell'incontro con Amerigo. Un vero pezzo di bravura è la raffigurazione, tra lirica e ironica, della notte nell'orto dove avverrà il furto di cavoli. L'ambigua natura del paesaggio in Ragazzi di vita cui si è fatto ora riferimento rimanda all'ambiguità stessa del narratore.

In un intervento di poco posteriore a Ragazzi di vita, Pasolini teorizzava la necessità, per lo scrittore che volesse lasciar "parlare le cose", di attuare un'operazione regressivo-mimetica, il che vuol dire sostanzialmente abdicare alla propria identità socio-culturale e linguistica di autore colto per lasciar posto alla voce diretta del parlante (popolare). Da qui la massiccia introduzione in Ragazzi di vita del dialetto, o meglio del gergo (scelta linguistica che, nel caso di Pasolini presuppone sul piano ideologico una completa immedesimazione nel popolo). Il gergo delle borgate (ricostruito con filologica precisione) regna incontrastato nei dialoghi, ed è modulato sull'insulto gridato e sul turpiloquio con un'insistenza che rischia di creare monotonia: in una sola pagina, per esempio, la locuzione gergale «li mortacci...» è ripetuta ben sei volte.  Nella voce narrante invece (che racconta le vicende e che arricchisce via via di notazioni psicologiche gli scarni dialoghi), l'autore impiega una contaminazione dialetto-lingua che conosce diversi esiti, da un massimo a un minimo di vicinanza-regressione alla mentalità-linguaggio dei "ragazzi di vita". 

In genere l'organizzazione sintattica è in lingua, con prestiti lessicali dal dialetto-gergo, come in questo esempio: «La folla però cresceva sempre più, premeva contro i cancelli, baccajava, urlava, diceva i morti». Non sempre la contaminazione convince, mettendo a nudo la difficile convivenza di autore "regredito" e autore "colto", come qui: «Pure gli altri assentivano, ridendo, sentendo tutti i loro istinti di fiji de na mignotta che gli rinverdivano in fondo all'anima». 
Nelle descrizioni paesaggistiche, infine, l'autore opta sovente per un registro linguistico alto, in cui il lirismo, la densità metaforica del lessico, la stessa sintassi (in genere ipotattica), si collocano agli antipodi della mimesi gergale; si veda per esempio un periodo come questo: «... una luce più che viola era venuta a galleggiare limpida negli spazi delle strade, tra palazzo e palazzo, riverberata fin laggiù da quella specie d'incendio lontano e invisibile, dietro i colli, mentre tra un cornicione e l'altro due o tre civette svolazzavano lanciando qualche strillo». 
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CINEMA

La ricotta: spiegazione


 http://www.dailymotion.com/video/x3xn36_pier-paolo-pasolini-la-ricotta-1963_shortfilms:   il film

"Che cosa sono le nuvole"  : spiegazione

https://vimeo.com/125462282  : il film


La forma della città  : documentario

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Articoli e saggi


Dall' intervista di Massimo Conti, «Panorama», 8 marzo 1973.



(...) Ciò implica necessariamente la decadenza della comunicazione verbale. La parola è in crisi?
Sì che è in crisi la parola. Nel senso che oggi gli uomini tendono a sacrificare totalmente l’espressività alla comunicatività.

Che cosa intende dire di preciso?
Come lei sa, ogni lingua è composta di varie lingue specialistiche, particolari o gergali. Fino a qualche anno fa alla guida dell’italiano c’era la lingua letteraria, cioè una lingua tipica della sovrastruttura. Oggi si assiste ad un fenomeno nuovo e madornale: alla guida dell’italiano non c’è più una lingua della sovrastruttura, ma una lingua dell’infrastruttura. Cioè la lingua delle aziende, del mercato. Quest’ultima è una lingua comunicativa, e semplicemente comunicativa. Chi deve offrire della merce deve farsi immediatamente capire da chi la richiede; chi deve produrre, deve farsi immediatamente capire da chi deve consumare. Nell’ambito della fabbrica, dirigenti e tecnici devono immediatamente capirsi fra loro. Inoltre, se ci si rivolge alla “massa”, il discorso deve essere assolutamente comprensibile: non solo, ma non deve neanche porre il problema della comprensibilità. Dev’essere cioè perfettamente normale (come sono sempre infatti i discorsi nei giornali e soprattutto alla televisione). Se dunque la lingua-pilota è questa, tutto lo spirito dell’italiano tenderà a perdere particolarismi ed espressività per acquistare in comunicatività pura. Si tratta certo di un impoverimento, di una “perdita di umanità”. Quanto ai giovani essi stanno perfettamente adottando questo modo di parlare omologato e tutto uguale: anche coloro che si battono contro la società che lo espri
me.
La parola, dunque, è in crisi. Anche la letteratura?
La perdita d’espressività del linguaggio implica anche il deperimento dei linguaggi letterari, dei linguaggi artistici, che finiranno lentamente col mancare di richiesta. La nostra lingua sarà unicamente una lingua franca.

Ma sarà uno strumento per tutti, e non più per pochi privilegiati.
Sì, è vero, l’espressività era un privilegio di pochi. Adesso occorrerebbe un suo salto di qualità, perché essa potesse diventare patrimonio comune. Ma il linguaggio espressivo questo salto non lo potrà mai compiere. Ciò è contrario alla sua natura. Immagini che io alla televisione (altare della lingua comunicativa) cominciassi a usare forme espressive, personali, di linguaggio. Non mi capirebbe nessuno.

E gli scrittori, Pasolini? Hanno un avvenire?
Finiscono. Noi siamo gli ultimi.


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