25/04/17

Giuseppe Ungaretti




"La BIBLIOTECA DI UN NOMADE" (Internet Culturale)


BIOGRAFIA 


Rispetto alle scelte stilistiche di Ungaretti si è espresso il critico Giuseppe De Robertis:
 “Nel distruggere il verso, nel cercare i nuovi ritmi, prima di tutti [Ungaretti] mirò alla ricerca dell’essenzialità della parola, alla sua vita segreta; e, com’era necessario, a liberare la parola da ogni incrostazione sia letteraria sia fisica. […] Via dunque le cadenze crepuscolari e i modi discorsivi e prosastici, via i legamenti che impigliavano il linguaggio analogico, via le immagini tarde che toglievano verità e slancio all’aggettivo, via le mille determinazioni che impedivano il vago dell’espressione, via tutti gli impacci, per sempre toccare una sintassi fulminea, con una fulminea potenza d’invenzione” (da Sulla formazione della poesia d’Ungaretti, in Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1969).


Per una lettura stilistica dell'Allegria 


Dice Ungaretti: "L’esperienza poetica è esplorazione di un personale continente d’inferno, e l’atto poetico, nel compiersi, provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà. Continente d’inferno, ho detto, a causa della singolarità del sentimento di non essere come gli altri, ma in disparte, come dannato, e come sotto il peso di una speciale responsabilità: quella di scoprire un segreto e rivelarlo agli altri. La poesia è scoperta della condizione umana nella sua essenza, quella di essere un uomo d’oggi, ma anche un uomo favoloso, come un uomo dei tempi della cacciata dall’Eden; nel suo gesto d’uomo, il vero poeta sa che è prefigurato il gesto degli avi ignoti, nel seguito di secoli impossibile a risalire, oltre le origini del suo buio" 
(da Vita di un uomo. Nota introduttiva pagina 505).
Questa poetica è stata illustrata da Ungaretti con la celebre poesia Commiato che conclude la prima edizione del Porto sepolto. Ecco il testo.

COMMIATO
Locvizza il 2 ottobre 1916

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.



Nell'edizione del 1923 dell'Allegria è lo stesso poeta a spiegare: 
 "Ho sempre distinto tra vocabolo e parola e credo che la distinzione sia del Leopardi. Trovare una parola significa penetrare nel buio abissale di sé senza turbarne né riuscire a conoscerne il segreto"
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LEGGI IL SAGGIO DI ALBERTO CASADEI  SU "VEGLIA" e la "Rivoluzione ungarettiana": è molto chiaro ed esauriente, e lo trovi tra le pagine in alto a sinistra del blog

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UNGARETTI E L'ESPERIENZA DEL DESERTO:

Si é parlato del periodo egiziano come "serbatoio" della sua nuova forza poetica. Si pensi che Ungaretti nasce ai margini del deserto. La sua casa (un forno che la madre apre quando resta vedova iniziando un’attività commerciale molto fortunata economicamente) é ai margini del deserto. Ungaretti si abitua all’«ottica del deserto»: quando dirà «miraggio» nei suoi versi, non farà dell’analogia, si riferirà proprio concretamente a quello che il miraggio é, ed a come l’ha visto. II suo orecchio si abitua ai silenzi del deserto, interrotti, specie di notte, da gridi sparsi di animali e da latrati di cani; nel deserto sconfinato e simile al «niente», ogni oggetto particolare che si avvisti, animale, albero, oasi, uomo, si staglia in una luce tutta particolare, che completamente lo isola dal resto. Bisognerà ricordarsi di questo quando si leggono le poesie di Ungaretti, la descrizione del paesaggio per pochi tratti essenziali, la sua concisione, la sua determinazione.

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I  versi che compongono In memoria (1916) sono incentrati proprio su un fatto riguardante la sfera personale dell'autore: la poesia rievoca la sfortunata vita dell'amico Moammed Sceab, suicida nel 1913, con cui il poeta aveva condiviso l'indirizzo di Parigi, all'albergo di rue des Carmes, nel quinto arrondissement...

    IN MEMORIA.
    Locvizza il 30 settembre 1916.

    Si chiamava
    Moammed Sceab
    Discendente
    di emiri di nomadi
    suicida
    perché non aveva più
    Patria
    Amò la Francia
    e mutò nome
    Fu Marcel
    ma non era Francese
    e non sapeva più
    vivere
    nella tenda dei suoi
    dove si ascolta la cantilena
    del Corano
    gustando un caffè
    E non sapeva
    sciogliere
    il canto
    del suo abbandono
    L’ho accompagnato
    insieme alla padrona dell’albergo
    dove abitavamo
    a Parigi
    dal numero 5 della rue des Carmes
    appassito vicolo in discesa.
    Riposa
    nel camposanto d’Ivry
    sobborgo che pare
    sempre
    in una giornata
    di una
    decomposta fiera
    E forse io solo
    so ancora
    che visse


NOSTALGIAQuando
la notte è a svanire
poco prima di primavera
e di rado
qualcuno passa 


Su Parigi s'addensa
un oscuro colore
di pianto
In un canto
di ponte
contemplo
l'illimitato silenzio
di una ragazza
tenue

Le nostre
malattie
si fondono

E come portati via
si rimane.


 28 settembre 1916, Locvizza, sul Carso. Giuseppe Ungaretti è rintanato nelle trincee del primo conflitto mondiale a fare il soldato. Il campo di battaglia che puzza di polvere da sparo, freddo e cadavere è l’aria che normalmente respira. Da quel luogo, privo di ogni forma di Bellezza, chiunque vorrebbe fuggire, figuriamoci un poeta. Ma, mentre tutti gli altri sono costretti a restare, Ungaretti riesce per un momento a scappare e lo fa nel modo in cui solo un poeta può riuscire: creando Bellezza dall’orrore.

     Ungaretti ricorda.  Con la memoria torna a Parigi, dove era arrivato dalla natia Alessandria d'Egitto alla fine del 1912 per seguire dei corsi al College de France e alla Sorbona e dove aveva conosciuto artisti d'avanguardia: Apollinaire, Picasso, Braque, Modigliani, De Chirico, Léger.
Ungaretti aveva 24 anni. In quella cerchia d'artisti c'era una ragazzina sedicenne, Marthe Roux, che si dilettava di pittura e frequentava con la sorella Louise la compagnia di artisti della Closerie de Lilas, lo stesso caffè dove anni dopo sarà solito scrivere Hemingway.
Ritorna a una lontana notte di febbraio, apparentemente anonima, ma che per qualche ragione gli si è fissata nella mente e che ora riprende vita davanti ai suoi occhi graffiati dall’orrore; in quella notte si trova a Montparnasse, poco prima dell’alba. Davanti a lui un ponte, sotto il ponte le acque della Senna scorrono lente e buie sotto un cielo cupo, un vero e proprio «oscuro colore di pianto». Sul ponte, ferma e silenziosa a contemplare il fiume, una ragazza, Marthe Roux, 16 anni appena: la sua immagine, così «tenue», rimane nella mente del poeta per tutti quegli anni. Un «fiore d’Alpe», così la chiama in un verso poi cancellato dalla stesura finale, che se ne sta lì immobile, «in un canto di ponte», a vivere il suo malessere. Un malessere in cui Giuseppe si riconosce ora, tanto che gli pare che i loro stati d’animo siano in realtà uno solo: «le nostre / malattie / si fondono».

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