10/01/18

Italo SVEVO

BIOGRAFIA DI ITALO SVEVO  (da Treccani.it)





L'intero romanzo La coscienza di Zeno è leggibile a questo link:
www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_9/t352.pdf



LA COSCIENZA DI ZENO

1. 

Premessa 
"Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità.  (...) Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch'io sono pronto a dividere con lui i lauti onorari che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch'egli ha qui accumulate!                                                                                              Dottor S.  
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2. 
PREAMBOLO
Vedere la mia infanzia? Più di dieci lustri me ne separano e i miei occhi presbiti forse potrebbero arrivarci se la luce che ancora ne riverbera non fosse tagliata da ostacoli d'ogni genere, vere alte montagne: i miei anni e qualche mia ora.

Il dottore mi raccomandò di non ostinarmi a guardare tanto lontano. Anche le cose recenti sono preziose per essi e sopra tutto le immaginazioni e i sogni della notte prima. Ma un po' d'ordine pur dovrebb'esserci e per poter cominciare ab ovo, appena abbandonato il dottore che di questi giorni e per lungo tempo lascia Trieste, solo per facilitargli il compito, comperai e lessi un trattato di psico-analisi. Non è difficile d'intenderlo, ma molto noioso.

Dopo pranzato, sdraiato comodamente su una poltrona Club, ho la matita e un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo. S'alza, s'abbassa... ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch'esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco che la mia fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato.

Ieri avevo tentato il massimo abbandono. L'esperimento finì nel sonno più profondo e non ne ebbi altro risultato che un grande ristoro e la curiosa sensazione di aver visto durante quel sonno qualche cosa d'importante. Ma era dimenticata, perduta per sempre.

Mercé la matita che ho in mano, resto desto, oggi. Vedo, intravvedo delle immagini bizzarre che non possono avere nessuna relazione col mio passato: una locomotiva che sbuffa su una salita trascinando delle innumerevoli vetture; chissà donde venga e dove vada e perché sia ora capitata qui!

Nel dormiveglia ricordo che il mio testo asserisce che con questo sistema si può arrivar a ricordare la prima infanzia, quella in fasce. Subito vedo un bambino in fasce, ma perché dovrei essere io quello? Non mi somiglia affatto e credo sia invece quello nato poche settimane or sono a mia cognata e che ci fu fatto vedere quale un miracolo perché ha le mani tanto piccole e gli occhi tanto grandi. Povero bambino! Altro che ricordare la mia infanzia! Io non trovo neppure la via di avvisare te, che vivi ora la tua, dell'importanza di ricordarla a vantaggio della tua intelligenza e della tua salute. Quando arriverai a sapere che sarebbe bene tu sapessi mandare a mente la tua vita, anche quella tanta parte di essa che ti ripugnerà? E intanto, inconscio, vai investigando il tuo piccolo organismo alla ricerca del piacere e le tue scoperte deliziose ti avvieranno al dolore e alla malattia cui sarai spinto anche da coloro che non lo vorrebbero. Come fare? È impossibile tutelare la tua culla. Nel tuo seno - fantolino! - si va facendo una combinazione misteriosa. Ogni minuto che passa vi getta un reagente. Troppe probabilità di malattia vi sono per te, perché non tutti i tuoi minuti possono essere puri. Eppoi - fantolino! - sei consanguineo di persone ch'io conosco. I minuti che passano ora possono anche essere puri, ma, certo, tali non furono tutti i secoli che ti prepararono.   


Eccomi ben lontano dalle immagini che precorrono il sonno. Ritenterò domani. 
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3
DAL CAP 6


Nella mia vita ci furono varii periodi in cui credetti di essere avviato alla salute e alla felicità. Mai però tale fede fu tanto forte come nel tempo in cui durò il mio viaggio di nozze eppoi qualche settimana dopo il nostro ritorno a casa. Cominciò con una scoperta che mi stupì: io amavo Augusta com’essa amava me. Dapprima diffidente, godevo intanto di una giornata e m’aspettavo che la seguente fosse tutt’altra cosa. Ma una seguiva e somigliava all’altra, luminosa, tutta gentilezza di Augusta ed anche – ciò ch’era la sorpresa – mia. Ogni mattina ritrovavo in lei lo stesso commosso affetto e in me la stessa riconoscenza che, se non era amore, vi somigliava molto. Chi avrebbe potuto prevederlo quando avevo zoppicato da Ada ad Alberta per arrivare ad Augusta? Scoprivo di essere stato non un bestione cieco diretto da altri, ma un uomo abilissimo. E vedendomi stupito, Augusta mi diceva: – Ma perché ti sorprendi? Non sapevi che il matrimonio è fatto così? Lo sapevo pur io che sono tanto più ignorante di te! Non so più se dopo o prima dell’affetto, nel mio animo si formò una speranza, la grande speranza di poter finire col somigliare ad Augusta ch’era la salute personificata. Durante il fidanzamento io non avevo neppur intravvista quella salute, perché tutto immerso a studiare me in primo luogo eppoi Ada e Guido. La lampada a petrolio in quel salotto non era mai arrivata ad illuminare gli scarsi capelli di Augusta. Altro che il suo rossore! Quando questo sparve con la semplicità con cui i colori dell’aurora spariscono alla luce diretta del sole, Augusta batté sicura la via per cui erano passate le sue sorelle su questa terra, quelle sorelle che possono trovare tutto nella legge e nell’ordine o che altrimenti a tutto rinunziano. Per quanto la sapessi mal fondata perché basata su di me, io amavo, io adoravo quella sicurezza. Di fronte ad essa io dovevo comportarmi almeno con la modestia che usavo quando si trattava di spiritismo. Questo poteva essere e poteva perciò esistere anche la fede nella vita. Però mi sbalordiva; da ogni sua parola, da ogni suo atto risultava che in fondo essa credeva la vita eterna. Non che la dicessi tale: si sorprese anzi che una volta io, cui gli errori ripugnavano prima che non avessi amati i suoi, avessi sentito il bisogno di ricordargliene la brevità. Macché! Essa sapeva che tutti dovevano morire, ma ciò non toglieva che oramai ch’eravamo sposati, si sarebbe rimasti insieme, insieme, insieme. Essa dunque ignorava che quando a questo mondo ci si univa, ciò avveniva per un periodo tanto breve, breve, breve, che non s’intendeva come si fosse arrivati a darsi del tu dopo di non essersi conosciuti per un tempo infinito e pronti a non rivedersi mai più per un altro infinito tempo. Compresi finalmente che cosa fosse la perfetta salute umana quando indovinai che il presente per lei era una verità tangibile in cui si poteva segregarsi e starci caldi. Cercai di esservi ammesso e tentai di soggiornarvi risoluto di non deridere me e lei, perché questo conato non poteva essere altro che la mia malattia ed io dovevo almeno guardarmi dall’infettare chi a me s’era confidato. Anche perciò, nello sforzo di proteggere lei, seppi per qualche tempo movermi come un uomo sano. Essa sapeva tutte le cose che fanno disperare, ma in mano sua queste cose cambiavano di natura. Se anche la terra girava non occorreva mica avere il mal di mare! Tutt’altro! La terra girava, ma tutte le altre cose restavano al loro posto. E queste cose immobili avevano un’importanza enorme: l’anello di matrimonio, tutte le gemme e i vestiti, il verde, il nero, quello da passeggio che andava in armadio quando si arrivava a casa e quello di sera che in nessun caso si avrebbe potuto indossare di giorno, né quando io non m’adattavo di mettermi in marsina. E le ore dei pasti erano tenute rigidamente e anche quelle del sonno. Esistevano, quelle ore, e si trovavano sempre al loro posto. Di domenica essa andava a Messa ed io ve l’accompagnai talvolta per vedere come sopportasse l’immagine del dolore e della morte. Per lei non c’era, e quella visita le infondeva serenità per tutta la settimana. Vi andava anche in certi giorni festivi ch’essa sapeva a mente. Niente di più, mentre se io fossi stato religioso mi sarei garantita la beatitudine stando in chiesa tutto il giorno. C’erano un mondo di autorità anche quaggiù che la rassicuravano. Intanto quella austriaca o italiana che provvedeva alla sicurezza sulle vie e nelle case ed io feci sempre del mio meglio per associarmi anche a quel suo rispetto. Poi v’erano i medici, quelli che avevano fatto tutti gli studii regolari per salvarci quando – Dio non voglia – ci avesse a toccare qualche malattia. Io ne usavo ogni giorno di quell’autorità: lei, invece, mai. Ma perciò io sapevo il mio atroce destino quando la malattia mortale m’avesse raggiunto, mentre lei credeva che anche allora, appoggiata solidamente lassù e quaggiù, per lei vi sarebbe stata la salvezza. Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché m’accorgo che, analizzandola, la converto in malattia. E, scrivendone, comincio a dubitare se quella salute non avesse avuto bisogno di cura o d’istruzione per guarire.  (...)

Mi ricordo che una sera, a Venezia, si passava in gondola per uno di quei canali dal silenzio profondo ad ogni tratto interrotto dalla luce e dal rumore di una via che su di esso improvvisamente s’apre. Augusta, come sempre, guardava le cose e accuratamente le registrava: un giardino verde e fresco che sorgeva da una base sucida lasciata all’aria dall’acqua che s’era ritirata; un campanile che si rifletteva nell’acqua torbida; una viuzza lunga e oscura con in fondo un fiume di luce e di gente. Io, invece, nell’oscurità, sentivo, con pieno sconforto, me stesso. 
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4
Dal CAP  8
24 Marzo 1916 
Dal  Maggio dell’anno scorso non avevo più toccato questo libercolo. Ecco che dalla Svizzera il dr. S. mi scrive pregiandomi di mandargli quanto avessi ancora annotato. È una domanda curiosa, ma non ho nulla in contrario di mandargli anche questo libercolo dal quale chiaramente vedrà come io la pensi di lui e della sua cura. Giacché possiede tutte le mie confessioni, si tenga anche queste poche pagine e ancora qualcuna che volentieri aggiungo a sua edificazione. Ma al signor dottor S. voglio pur dire il fatto suo. Ci pensai tanto che oramai ho le idee ben chiare. Intanto egli crede di ricevere altre confessioni di malattia e debolezza e invece riceverà la descrizione di una salute solida, perfetta quanto la mia età abbastanza inoltrata può permettere. Io sono guarito! Non solo non voglio fare la psico–analisi, ma non ne ho neppur di bisogno. E la mia salute non proviene solo dal fatto che mi sento un privilegiato in mezzo a tanti martiri. Non è per il confronto ch’io mi senta sano. Io sono sano, assolutamente. Da lungo tempo io sapevo che la mia salute non poteva essere altro che la mia convinzione e ch’era una sciocchezza degna di un sognatore ipnagogico di volerla curare anziché persuadere. Io soffro bensì di certi dolori, ma mancano d’importanza nella mia grande salute. Posso mettere un impiastro qui o là, ma il resto ha da moversi e battersi e mai indugiarsi nell’immobilità come gl’incancreniti. Dolore e amore, poi, la vita insomma, non può essere considerata quale una malattia perché duole. Ammetto che per avere la persuasione della salute il mio destino dovette mutare e scaldare il mio organismo con la lotta e sopratutto col trionfo. Fu il mio commercio che mi guarì e voglio che il dottor S. lo sappia. Attonito e inerte, stetti a guardare il mondo sconvolto, fino al principio dell’Agosto dell’anno scorso. Allora io cominciai a comperare. Sottolineo questo verbo perché ha un significato più alto di prima della guerra. In bocca di un commerciante, allora, significava ch’egli era disposto a comperare un dato articolo. Ma quando io lo dissi, volli significare ch’io ero compratore di qualunque merce che mi sarebbe stata offerta. Come tutte le persone forti, io ebbi nella mia testa una sola idea e di quella vissi e fu la mia fortuna. L’Olivi non era a Trieste, ma è certo ch’egli non avrebbe permesso un rischio simile e lo avrebbe riservato agli altri. Invece per me non era un rischio. Io ne sapevo il risultato felice con piena certezza. Dapprima m’ero messo, secondo l’antico costume in epoca di guerra, a convertire tutto il patrimonio in oro, ma v’era una certa difficoltà di comperare e vendere dell’oro. L’oro per così dire liquido, perché più mobile, era la merce e ne feci incetta. Io effettuo di tempo in tempo anche delle vendite ma sempre in misura inferiore agli acquisti. Perché cominciai nel giusto momento i miei acquisti e le mie vendite furono tanto felici che queste mi davano i grandi mezzi di cui abbisognavo per quelli. Con grande orgoglio ricordo che il mio primo acquisto fu addirittura apparentemente una sciocchezza e inteso unicamente a realizzare subito la mia nuova idea: una partita non grande d’incenso. Il venditore mi vantava la possibilità d’impiegare l’incenso quale un surrogato della resina che già cominciava a mancare, ma io quale chimico sapevo con piena certezza che l’incenso mai più avrebbe potuto sostituire la resina di cui era differente toto genere. Secondo la mia idea il mondo sarebbe arrivato ad una miseria tale da dover accettare l’incenso quale un surrogato della resina. E comperai! Pochi giorni or sono ne vendetti una piccola parte e ne ricavai l’importo che m’era occorso per appropriarmi della partita intera. Nel momento in cui incassai quei denari mi si allargò il petto al sentimento della mia forza e della mia saluteIl dottore, quando avrà ricevuta quest’ultima parte del mio manoscritto, dovrebbe restituirmelo tutto. Lo rifarei con chiarezza vera perché come potevo intendere la mia vita quando non ne conoscevo quest’ultimo periodo? Forse io vissi tanti anni solo per prepararmi ad esso! Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella vita stessa una manifestazione di malattia. La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza... nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico–analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie.

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Petroni: Svevo e la letteratura come pratica igienica

Tortora; Zeno antieroe modernista

http://www.fareletteratura.it/2012/02/01/presentazione-critica-la-coscienza-di-zeno-di-italo-svevo/



(Dal liceo Fermi)

Svevo e la società “malata”

Una Vita è il romanzo d’esordio di Ettore Schmidt, in arte Italo Svevo. Subito si intravede il tema comune a tutte le opere di Svevo, ovvero la nevrosi. Questo si presenta in Una Vita sotto la forma dell’inetto per eccellenza, l’incapace Alfonso Nitti. Questo inetto vive male; un rapporto con la realtà mediato dalla propria frustrazione. Sono le sue elucubrazioni personali che lo portano a vivere ancora peggio. C’è una sola possibilità di dare un senso alla vita: la letteraturizzazione della vita stessa. La scrittura è lo sfogo della nevrosi. La parte viva della vita è quella scritta. Già in questo Italo Svevo si avvicina a Leopardi. In particolare all’ultimo Leopardi, quello della Ginestra, che cerca di dare un senso alla vita tramite la poesia (come la Ginestra dona il suo profumo per alleviare i dolori, così il poeta dona la sua poesia). Alfonso fallisce sia come ideologo, sia come letterato ribelle. Alcuni fondamentali collegamenti con Leopardi sono l’umanità meschina, la situazione elevata dell’intellettuale ormai quasi completamente inibita dalla società di massa, la lotta impossibile dell’inetto contro la sua natura, la decadenza delle funzioni intellettuali nella società di massa. La differenza con Leopardi sta nel fatto che Italo Svevo non fornisce mai un modello positivo o giusto, che sia un eroe vero nella realtà del suo tempo. Anche Macario, lo specchio di Alfonso, è visto sotto aspetti negativi, sempre in tutto il romanzo. La letteratura non è più considerata come valore superiore, aristocrazia dello spirito, ma appare degradata a gioco di società e a strumento di seduzione, e non esiste via di fuga da questa società malata: la nevrosi è un sintomo di distacco della realtà.
  Anche Senilità, come Una vita, ha come protagonista un inetto. Ma la differenza sta nel fatto che Emilio Brentani pur essendo ancora un letterato, non si oppone più alla “normalità” in nome di una formazione umanistica, ma anzi accetta le consuetudini borghesi e vi si uniforma. All’opposizione io-società, letteratura-vita del precedente romanzo segue quella tutta interiore, fra desiderio e repressione.Da vile e incapace qual è, Emilio sogna l’uscita dal nido e il godimento dei piaceri della vita attraverso la figura di Angiolina. Tuttavia, sarà proprio nel rapporto con Angiolina - per Emilio sostanziale rapporto con la realtà - che emergerà l'inettitudine e l'immaturità del protagonista. Infatti Emilio critica la società in cui vive per il fatto che non può sposare la ragazza ma in verità prova una forte paura nei confronti del sesso e della donna, tanto da giungere a trasfigurarla in figura angelica e pura, dalla quale invece Angiolina, superficiale, vanitosa e bugiarda, è infinitamente lontana. Così anche la letteratura e la filosofia gli servono come strumenti di difesa alla sua incapacità di vivere e come mediazioni rispetto al reale.
  All’interno de La coscienza di Zeno, l'autoanalisi del protagonista scompone criticamente la realtà in cui vive e soprattutto il mondo alto-borghese degli affari e della finanza. La realtà borghese, che si autorappresenta sana, viene smascherata come malata attraverso un capovolgimento del rapporto fra sanità e malattia, per cui il protagonista crede di essere guarito solo perché, diventando profittatore di guerra, si è inserito tra i presunti "sani";  ma sono proprio essi che porteranno il mondo alla distruzione descritta nell' ultimo capitolo del romanzo. Queste pagine conclusive risultano fortemente contraddittorie e complesse poiché da una parte Zeno dichiara di essere guarito, ma dall'altra afferma che l'uomo è inevitabilmente destinato alla distruzione e all'estinzioneproprio a causa della civiltà come egli la ha concepita e costruita. La presunta guarigione del protagonista è attribuita ad un'unica causa, il "commercio", cioè la speculazione di guerra che affama i più deboli. La conclusione è che l'uomo è malato senza speranza perché, per sentirsi guarito, deve affermare sé stesso contro gli altri: la guarigione del singolo procede dunque di pari passo con la distruzione dell'umanità. Il messaggio finale dell'opera costituisce perciò una terribile accusa all'umanità e si concretizza in una profezia di catastrofe per il futuro, dalla quale l'uomo non sembra avere alcuna via di scampo. E' dunque possibile individuare un forte debito nei confronti del pensiero leopardiano, il cui pessimismo e la cui critica al progresso e alla società sembrano aver influenzato profondamente il pensiero di Svevo.

DA Barilli La linea Pirandello-Svevo: 
http://xoomer.virgilio.it/martarta/Svevo.htm



Saggio: La "conoscenza" di Svevo? 
(prefazione a La Coscienza di Zeno editore Barbera, di Magda Indiveri)

Dedicato a Zeno...
“È cosa evidente e osservata tuttogiorno, che gli uomini di maggior talento sono i piú difficili a risolversi tanto al credere quanto all’operare; i piú incerti, i piú barcollanti e temporeggianti, i piú tormentati da quell’eccessiva pena dell’irresoluzione; i piú inclinati e soliti a lasciar le cose come stanno; i piú tardi, restii, difficili a mutar nulla del presente, malgrado l’utilità o necessità conosciuta. E quanto è maggiore l’abito di riflettere e la profondità dell’indole, tanto è maggiore la difficoltà e l’angustia di risolvere”.  
(G. Leopardi, Zibaldone,  Recanati 1821)








LETTERATURA04 Marzo 2018Il Sole 24 Ore domenica
maurizio serra
Svevo, una voce in maschera
Un acuto ritratto dell’eternamente scisso Italo-Ettore, accostato agli arcitaliani Malaparte e D’Annunzio
Una trilogia sull’Italia, anzi sugli italiani, è quella cui da un decennio attende Maurizio Serra: monumento inattuale, in tempi che certo non incoraggiano studi letterari, come nel suo caso, sovranamente disinteressati. Antivita di Italo Svevo è la seconda puntata; «Arcitaliano» s’era soprannominato il protagonista della prima, Curzio Malaparte (a sua volta scritta in francese e pubblicata da Grasset nel 2011, conseguendo il Goncourt per la saggistica, prima di uscire da Marsilio; Svevo ou l’Antivie è del ’13), ma il suo vero nome, Suckert, era tedesco. Non così diversa la scelta di Svevo, al secolo Aron Hector Schmitz: al punto che la più suggestiva biografia precedente, quella di John Gatt-Rutter, s’intitolava Alias Italo Svevo. Questione non da poco, quella del “nome segreto” nella cultura ebraica: radice da Svevo rinnegata nel 1896, all’atto delle nozze con la ricca Livia Veneziani, su esplicita richiesta della famiglia di lei da tempo assimilata; ma in seguito dissimulata anche nella sua opera (come gli rimprovererà Giacomo Debenedetti). Sicché ha un sapore di ironica rivincita postuma – sulla tribù Veneziani, che aveva assunto-imprigionato Ettore-Italo nella sua florida fabbrica di vernici sottomarine; e soprattutto su sua suocera, l’occhiutissima Olga – sapere che la figlia Letizia assumerà, come proprio, il nom de plume di suo padre.
L’abiura della fede di famiglia è solo un aspetto, per Predrag Matvejevi? intervistato da Serra, dell’«ex-istenza» di Svevo: cioè di un’identità sempre scissa fra l’aderire e il rifuggire a determinati modelli (il borghese compiaciuto e il ribelle, già socialista poi anarchico; l’imprenditore zelante e l’artista “analitico” e quietamente distruttivo; lo scrittore che non si arrende mai – anche nella «lunga ibernazione» seguita ai fiaschi di Una vita e Senilità – e colui che depreca la «nocività» della letteratura). L’adozione dello pseudonimo, dunque, risponde a tutto meno che a un caso. In questa chiave di voce in maschera andrà presa la scrittura di Svevo: le cui irregolarità gli vennero a lungo rimproverate, ma che saprà mettere a frutto come lingua minore (tipica della condizione di frontiera, nonché del suo mélange famigliare), per dirla col paradigma che Deleuze e Guattari metteranno a punto su Kafka (un “caso” parallelo su cui Svevo avrebbe voluto scrivere un saggio che – a differenza della bellissima conferenza sull’amico Joyce – non fece in tempo a scrivere). Se Zeno si chiama così – ha visto Marina Beer – è perché resta sempre uno Xènos, uno straniero. Nel Contro Sainte-Beuve dirà Proust (altro “caso” che gli verrà accostato) che «i bei libri sono scritti sempre in una lingua straniera».
«Io diffido del vecchio animale (io)», scriverà Svevo a Montale (fra i protagonisti della sua clamorosa “scoperta” – insufflato da Bobi Bazlen quanto Larbaud e Crémieux lo erano stati da Joyce, che a Trieste aveva insegnato inglese al più anziano collega): anticipando le invettive di Gadda nei confronti del «più lurido di tutti i pronomi». Ma è paradosso squisitamente sveviano che questa interpretazione del Je est un autre venga da lui condotta, sempre, nel teatro dell’io. È la conduzione «drammatica» del romanzo – quella in cui «il punto di vista del protagonista» rappresenta «l’unica sorgente della narrazione» – che un venticinquenne Giuseppe Pontiggia (così anticipando orientamenti critici dei decenni successivi: con Guglielminetti, Lavagetto, Mazzacurati, Pedullà e, più di recente, Guido Guglielmi e Giovanni Palmieri) metteva a fuoco nella sua tesi di laurea proprio a Svevo dedicata, a Milano nel 1959, e ora opportunamente pubblicata in volume (dopo essere uscita in estratto sulla rivista della Neoavanguardia, «il verri», nel ’60, e poco prima della morte recuperata dallo stesso Pontiggia su «Kamen’»). Questo «analismo […] incessante, implacabile, inesorabile» è la «lente» – di qui il bel titolo dato al testo di Pontiggia dalla sua fedele curatrice, Daniela Marcheschi – con cui Svevo guarda se stesso e, attraverso se stesso, il mondo. Quest’acuta attenzione «tecnica» ai procedimenti narrativi era del tutto controcorrente nella dominante idealista (o sociologistica) del tempo, ma non dissimula la proiezione del Pontiggia che sbarcava il lunario, allora, come impiegato di banca attendendo alle belle lettere per intervalla insaniæ (esperienza che, giusto l’anno dopo, ritrarrà nel suo primo romanzo, La morte in banca appunto). Proprio come, a suo tempo, il bravo borghese Schmitz.
È lo sdoppiamento su cui, sin dal titolo, s’impernia l’interpretazione di Serra (il quale, diplomatico di professione, con ogni probabilità vive paradossi non dissimili). La letteratura come antivita: antimateria notturna che riflette, rovesciate, le convenzioni e le ritualità dell’esistenza “ufficiale”. Ed è grazie a questo dispositivo che Svevo – l’inetto, l’illuso, il fallito Schmitz – finisce per salvarsi. Zeno, e più di lui il Vecchione del “quarto romanzo” (capolavoro incompiuto – interrotto dall’incidente d’auto del settembre ’28 – e tuttora sconosciuto: col quale Svevo, attraversato il rompicapo-Joyce, si avvicinava ai modi dell’anti-romanzo modernista), sono prosopopee dell’«ultimo uomo» – così s’intitola l’ultimo, bellissimo capitolo di Serra – che alla fine, against all odds, la fa franca.
E allora davvero l’esistenza di Svevo si può leggere, come faceva Debenedetti, all’inverso speculare di quella di Kafka. Tanto questa è figura tragicamente sacrificale quanto Svevo applica, alla propria sorte, il medesimo balsamo dell’ironia, la stessa lente benevola, e diciamo pure complice, da lui usata sui suoi protagonisti. Dopo la sorte tragica del primo avatar, Alfonso Nitti, e quella amarissima del secondo, Emilio Brentani, Svevo ha capito che «l’unico modo per debellarle», queste «forze distruttive», «consiste nel non prenderle sul serio». Lui sì, lo Straniero per eccellenza, fu l’Arcitaliano.
Letterato sopraffino, Maurizio Serra tutte queste cose le scrive benissimo; ma mette a frutto, pure, il suo “primo mestiere”. Non solo perché la sua erudizione storica ci fornisce i dati più inediti (per esempio sull’adesione al fascismo della tribù Veneziani – che non guadagnerà loro, però, la sospirata “discriminazione” allo scoccare delle Leggi Razziali proclamate proprio a Trieste – dalla quale, al solito, Svevo si sottrae: lui, il campione della senilità, ben poteva dire, quando petulava Giovinezza, che «in questa epoca non è permesso di esser vecchi»). Lo si diceva, quella di Serra è una riflessione sui costumi degli italiani: che dimostra, nella sua intelligenza, come proprio la lente della letteratura – a dispetto del discredito in cui oggi è tenuta – resti la più acuta, sull’antropologia di un popolo. Lo dimostra il fatto che il terzo “campione” della trilogia è, invertendo l’ordine degli addendi, Gabriele d’Annunzio (fresco di stampa, da Grasset, D’Annunzio le magnifique): modello inarrivato di Malaparte, e anti-modello realizzato di Svevo. Anche il suo era uno pseudonimo. Pare insomma volerci dire, Serra, che gli italiani, per guardarsi dentro, non possono far altro che usare una lente rovesciata.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Maurizio Serra, Antivita di Italo Svevo , Aragno, pagg. XXIII-393, € 25; Giuseppe Pontiggia, La lente di Svevo , Edizioni Dehoniane, pagg. 167, € 17,50
Andrea Cortellessa

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