24/04/17

Giovanni Pascoli


                                                                           
                                    
UN ARTICOLO SUL SOLE 24ORE SOTTOLINEA LA MODERNITA' DEL POETA 

www.fondazionepascoli.it   per trovare tutte le opere dell'autore


Gianfranco Contini sullla lingua di Pascoli

"Vedere e udire, altro non deve il poeta. Il poeta è l’arpa che un soffio anima, è la lastra che un raggio dipinge. La poesia è nelle cose, un certo etere che si trova in questa più in quella meno, in alcune sì, in altre no. Il poeta solo lo conosce ma tutti gli uomini poi che egli lo significò, lo riconoscono. Egli presenta la visione di cosa posta sotto gli occhi di tutti e che nessuno vedeva. Erano forse distratti gli occhi,o forse le cose non potevano esser rese visibili che dall’arte del poeta. Il quale percepisce forse non so quali raggi X che illuminano a lui solo le parvenze velate e le essenze celate" 
(Conferenza Il Sabato, II).


Pascoli di Cesare Garboli (da Repubblica)

Pascoli e la barbarie tecnologica  

Quel che Pascoli proprio non sapeva (Alfredo Giuliani) 

Le ragioni della storia (Enzo Siciliano) 

IL POEMETTO ITALY




LEGGI QUI  come il poeta irlandese Seamus Heaney (Nobel) considera e traduce Pascoli
(griseldaonline)
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Pascoli, Il fanciullino, XIV
(…)
La poesia consiste nella visione d'un particolare inavvertito, fuori e dentro di noi.
Guardate i ragazzi quando si trastullano seri seri. Voi vedete che hanno sempre alle mani cose trovate per terra, nella loro via, che interessano soltanto loro e che perciò sol essi sembrano vedere: chioccioline, ossiccioli, sassetti. Il poeta fa il medesimo. Ma come chiamare questi lapilli ideali, questi cervi volanti della sua anima? Il nome loro non è fatto, o non è divulgato, o non è comune a tutta la nazione o a tutte le classi del popolo. Pensate ai fiori e agli uccelli, che sono de' fanciulli la gioia più grande e consueta: che nome hanno? S'ha sempre a dire uccelli, sì di quelli che fanno tottavì e sì di quelli che fanno crocro? Basta dir fiori o fioretti, e aggiungere, magari, vermigli e gialli, e non far distinzione tra un greppo coperto di margherite e un prato gremito di crochi?
Ora se vi provate a dire il nome proprio loro, ecco che il nome di Linneo non va, per cento ragioni, e il nome popolare varia, quando c'è, da regione a regione, anzi da contado a contado. Se il popolo italiano badasse a queste tali cose, fiori, piante, uccelli, insetti, rettili, che formano per gran parte la poesia della campagna, il nome che esse hanno in una terra, avrebbe finito per prevalere su quello dominante in altre. Ma gl'italiani abbarbagliati per lo più dallo sfolgorio dell'elmo di Scipio, non sogliono seguire i tremolii cangianti delle libellule. E così il poeta, se vuol poetare, bisogna che si lasci ogni tanto dire: E questo che è? Che vuol dire? O poeta saccente e seccante! E tuttavia così il poeta deve fare, e lasciar dire così, sperando, se non altro, che se ne avvantaggino i poeti futuri, i quali troveranno divulgati tanti nomi prima ignoti e perciò chiamati oscuri. In verità non è egli l'Adamo che per primo mette i nomi? Così deve operare, facendo a ogni momento qualche rinunzia d'amor proprio. Perché l'arte del poeta è sempre una rinunzia.
Ho detto che deve togliere, non aggiungere: e ciò è rinunzia. Deve fare a meno di tanti ghirigori, così facili a farsi, di tante bellurie, così piacevoli alla vista, di tante dorature, che danno tanta idea della propria ricchezza: e questa è rinunzia. Deve lasciar molto greggio e molto imperfetto. Oh! Come è necessaria l'imperfezione per essere perfetti! 
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