21/02/17

Giacomo Leopardi




(la scheda informativa del film con riflessioni nella pagina a parte)
www.leopardi.it : sito dedicato all'autore, con tutte le opere

Un articolo sulla sua vita: 
http://www.treccani.it/magazine/lingua_italiana/speciali/Leopardi/Minore.html

Leopardi filosofo 


BOLOGNA  e I BOLOGNESI


LE FONTI DI LEOPARDI  (i greci, e non solo...)
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Citati: Zibaldone, così Leopardi ha scritto il libro infinito 
(La Repubblica, 6/9/ 09) 

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LA LUNA (la pagina di "alla luna" con approfondimenti)

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PIETRO CATALDI SUL CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA:

Le domande di un pastore
Nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, Leopardi affida alla voce di un pastore nomade le grandi domande sul senso della vita e dell’universo. Solo, sotto il cielo stellato, il pastore tenta di spiegare la condizione umana, il ripetersi dell’esistenza di generazione in generazione, il succedersi dei giorni e delle notti, il susseguirsi delle stagioni; cerca di capire il perché del dolore e di quell’inquietudine angosciosa definita dalle parole “tedio” e “fastidio”, un’inquietudine che è infine tutt’uno proprio con il bisogno di senso. La spiegazione è tentata dapprima guardando la vita dal punto di vista della luna, dall’alto, e poi guardandola invece dal punto di vista delle pecore, dal basso. Il punto di vista del pastore è per così dire impregiudicato, e spregiudicato: non ci sono un’ideologia, una religione, un sistema filosofico, una qualunque petizione di principio che impongano una direzione alla ricerca: l’importante è dare un significato alla condizione degli uomini e al rapporto che gli umani hanno con l’universo. Ebbene: Leopardi pone così, con un linguaggio semplice e diretto ma anche con la massima serietà e radicalità, le più grandi questioni filosofiche affrontate nei secoli da tutte le civiltà e tutte le culture. La sua novità consiste però nella scelta di affidare domande tanto significative, in uno dei testi più filosoficamente radicali dei Canti, alla voce di un pastore: una figura socialmente e antropologicamente lontanissima da quella del filosofo, il philosophe parigino della tradizione settecentesca. È in apparenza sorprendente che Leopardi, con la sua formazione illuministica, non affidi questo tipo di riflessione a uno specialista della conoscenza, o assumendola su di sé o delegando la propria voce a una figura come quelle di Parini, di Bruto o di Saffo, scelte in altre circostanze analoghe. In questo modo, Leopardi si rifiuta di delegare le grandi domande di senso a una porzione specifica dell’umanità, e diciamo pure a un ceto sociale ristretto, quello degli intellettuali. Leopardi sceglie di affidare quelle domande a un pastore, la figura sociale più umile e meno “civilizzata” che gli fosse possibile immaginare, e costruisce un alter ego lontanissimo da sé: un nomade, noi diremmo un rom, e magari uno zingaro. Si tratta di una rivoluzione concettuale e perfino politica: senza avere una reggia o un castello o una villa, senza una biblioteca e lontano da ogni accademia, questo umano che ha in qualche modo i tratti del primitivo riceve un mandato pieno a rappresentare il punto di vista dell’umanità di fronte alle grandi questioni di senso. Viene in questo modo implicitamente rivendicata la maggiore conquista del pensiero moderno, la concezione unitaria del genere umano: ciò di cui noi parliamo quando facciamo riferimento all’idea stessa dell’universale umano.
Un'umanità nuova
Questa scelta così sorprendente e coraggiosa è resa possibile non certo dalla recente tradizione arcadica e dal favoleggiamento del mondo pastorale che la caratterizza: lì non si tratta di affrontare le grandi questioni di senso, ma semmai di scostarle o sospenderle. Questa scelta è piuttosto resa possibile dal progetto leopardiano di un’umanità nuova, quale si va disegnando, ora per via negativa ora anche in modo affermativo come nella Ginestra; un’umanità nuova nella quale il diritto di porre le più alte domande di senso sia riconosciuto ad ogni singolo individuo. Leopardi vagheggia un’umanità liberata da ogni forma di delega intellettuale, non più divisa fra quanti hanno il diritto di porre le domande filosofiche e coloro, molto più numerosi, che hanno al massimo il diritto di accoglierle; e immagina un «onesto e retto conversar cittadino», cioè un dialogo fra gli umani che può essere costruito soltanto a partire dal diritto di ogni singolo individuo, foss’anche il pastore nomade e analfabeta della lontanissima e favolosa Asia, di porre le più alte domande di senso. La modernità come Leopardi la immagina dovrebbe essere insomma la possibilità per tutti di ereditare il gesto audace del titano preromantico, così che l'uomo comune possa infine coincidere con l'eroe alfieriano salito sulle scene per far guerra ai tiranni. La modernità come Leopardi la immagina dovrebbe essere quella in cui tutta l'umanità diviene erede del grande pensiero dell'Illuminismo, e anzi di tutta la maggiore tradizione filosofica, così che depositario del sapere non sia un ceto separato e speciale ma l’umanità nel suo insieme. L’originalità dei romantici, l’unicità del sublime gesto creativo del genio, è sostituito da un sapere che coinvolga tutti: non il sapere diffuso e diviso della civiltà di massa, contro la quale Leopardi non manca di appuntare i suoi strali, ma un sapere vero che ricongiunga ciò che l’umanità conosce per mezzo della propria condizione materiale, e che potremmo definire in termini di folclore nel senso altamente gramsciano, e le acquisizioni utili, cioè filosoficamente fondate, prodotte dal ceto intellettuale. (DA WWW.LALETTERATURAENOI.IT )
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La ginestra o il fiore del deserto 

http://online.scuola.zanichelli.it/testiescenari/files/2009/05/pp976-983.pdf


 In Leopardi l'eruzione vulcanica viene trasfigurata e presa come simbolo dell'ostilità della Natura. “La ginestra, o il fiore del deserto” contiene proprio quest'estremo messaggio di riflessione. Il Poeta invita a prendere atto dell'infelicità degli uomini così da stabilire un rapporto di solidarietà fra tutti i componenti del genere umano, che devono allearsi contro la vera nemica: la Natura. Questo canto è considerato il suo testamento ideale. Composto da sette strofe dalle tematiche diverse: descrizione del devastante Vesuvio che smentisce la concezione ottimistica e la fiducia nel progresso,descrizione dell'universo e della sua immensità che mette in luce la piccolezza e la marginalità dell'uomo nel cosmo, rendendo assurdo l'interazione del divino con l'umano,la Natura che non si cura degli uomini e li fa cadere togliendo ad essi l'illusione dell'eternità. Nell'ultima strofa “la ginestra” abbandonata al suo destino, attende sulle pendici del vulcano la distruzione immanente, ma senza viltà e superbia, meno folle quindi dell'uomo che si crede immortale. Dalla condanna della natura come rea il Leopardi arriva alla nuova fede umanitaria. L'uomo lotta contro essa e si unisce agli uomini in un patto sociale poiché la “social catena” deve essere stretta contro “l'empia natura”.
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J. L. Borges sul paradosso dell'infinito: 
Sono arrivato al finale della mia notizia, non del nostro cavillare. Il paradosso di Zenone di Elea, come osservò James, è un attentato non solo alla realtà dello spazio, bensì a quella più invulnerabile e sottile del tempo. Aggiungo che l’esistenza in un corpo fisico, la permanenza immobile, lo scorrere di una sera della vita, si allarmano di avventura per colpa sua. Quella decomposizione accade mediante la sola parola infinito, parola (e poi concetto) di spavento che abbiamo generato temerariamente e che una volta ammessa in un pensiero, esplode e lo uccide. (Ci sono altri moniti antichi contro il commercio di una parola tanto perfida: c’è la leggenda cinese dello scettro dei re di Liang, che diminuiva di una metà ad ogni nuovo re; lo scettro, mutilato da dinastie, esiste ancora.) La mia opinione, dopo quelle qualificatissime che ho presentato, corre il doppio rischio di sembrare impertinente e banale. La formulerò, tuttavia: Zenone è incontestabile, a meno di confessare l’idealità dello spazio e del tempo. Accettiamo l’idealismo, accettiamo l’accrescimento concreto di quanto è percepito, e potremo eludere il brulicare di abissi del paradosso.Ritoccare il nostro concetto dell’universo, per quel pezzettino di tenebra greca?, domanderà il mio lettore. (J. L. Borges, La perpetua corsa di Achille e della tartaruga, in Tutte le opere, vol. I, Meridiani Mondadori, Milano 1984, pp. 384-85).

Le ricordanze

« Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine. »


Leopardi, Canti, Le ricordanze, 

« Vagues flammes de l’Ourse, qui m’aurait dit
Que je viendrais vous contempler encore
Dans le jardin paternel scintillantes,
Et parler avec vous des fenêtres
De ce logis où j’habitais enfant
Et découvris la fin de mes bonheurs. »


Leopardi, Chants, Les souvenances. Traduction de Danielle Boillet.

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La noia in Leopardi e in Baudelaire 

Confronto Leopardi  Montale

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Indice delle Operette Morali di Giacomo Leopardi

1STORIA DEL GENERE UMANO
2DIALOGO D'ERCOLE E DI ATLANTE
3DIALOGO DELLA MODA E DELLA MORTE
4PROPOSTA DI PREMI FATTA DALL'ACCADEMIA DEI SILLOGRAFI
5DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO
6DIALOGO DI MALAMBRUNO E DI FARFARELLO
7DIALOGO DELLA NATURA E DI UN'ANIMA
8DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA
9LA SCOMMESSA DI PROMETEO
10DIALOGO DI UN FISICO E DI UN METAFISICO
11DIALOGO DI TORQUATO TASSO E DEL SUO GENIO FAMILIARE
12DIALOGO DI UN ISLANDESE
13IL PARINI OVVERO DELLA  GLORIA
14DIALOGO DI FEDERICO RUYSCH E DELLE SUE MUMMIE
15DETTI MEMORABILI DI FILIPPO OTTONIERI
16DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ
17ELOGIO DEGLI UCCELLI
18CANTICO DEL GALLO SILVESTRE
19FRAMMENTO APOCRIFO DI STRATONE DA LAMPSACO
20DIALOGO DI TIMANDRO E DI ELEANDRO
21IL COPERNICO
22DIALOGO DI PLOTINO E PORFIRIO
23DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE
24DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO

QUI I TESTI DI TUTTE LE OPERETTE 

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Leggi questo splendido saggio di Antonio Prete:

 Apparenza, finitudine, leggerezza. Sulle Operette morali


al link  http://italies.revues.org/141 nella rivista Italiés
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Il 26 novembre 2004, alle ore 11.00, nell'Auditorium-Biblioteca del Liceo Scientifico Statale Antonio Vallone di Galatina, Antonio Prete ha tenuto una relazione su Giacomo Leopardi davanti ad una affollata platea di studenti liceali. Ne pubblichiamo il testo, sbobinato da Roberta Marra, studentessa del Liceo Scientifico di Galatina, e rivisto dall'autore. 

(...)  la luce lunare ha questa doppia capacità: da una parte nasconde le cose nell’ombra, dall’altra, proprio perché c’è la luce nell’ombra, le rivela; insieme vela e rivela le cose, le nasconde e le mostra. Nella luce lunare le cose sono indefinite, i contorni non li vediamo bene, però vediamo che c’è un albero, un muro, una siepe, una strada, ecc.. Credo, quindi, che questa esperienza della luce lunare e del rapporto tra luce ed ombra che la luna crea, della luna che appare solennemente, nella sua quasi sacralità come fosse una divinità che si leva nello spazio notturno e sorge e tramonta, ciascuno di voi l’abbia vissuta e la viva e la può vivere con un certo incantamento. 
Quando lessi Leopardi per la prima volta, scoprii che è il poeta della luna, il poeta che ha dato alla luna versi bellissimi, che ha fatto apparire la luna nei suoi versi in tante situazioni, in tanti modi, in tante forme e che ha riflettuto con la sua poesia sulla natura di questa luce lunare. (...)  come dice Leopardi in un verso del Tramonto della luna: “Scende la luna; e si scolora il mondo”; “scende la luna”, e vi è una cesura, un intervallo, una pausa , “e si scolora il mondo” , seconda parte del verso che chiamiamo emistichio, che ha quasi un’intonazione barocca, dice una dilatazione assoluta. È questa l’esperienza della luna appenninica che tramontando dietro il monte in realtà non è ancora tramontata perché dietro quel monte c’è una valle, e la luna è ancora su quella valle, ma non la si vede più; e quindi devo immaginare una luna che c’è ma che allo stesso tempo non c’è davanti ai miei occhi: ecco il discorso leopardiano sulle cose che io vedo sapendo che dietro c’è un’altra cosa; ma è quell’altra cosa che c’è dietro che è importante, perché risveglia l’immaginazione, attiva la rappresentazione mentale. 

Quando sorge la luna nei componimenti di Leopardi, il poeta non solo la guarda, ma comincia, attraverso la luce lunare, a rivolgersi verso di sé, alla propria interiorità. Pensiamo al libro dei Canti, magari nell’edizione di Firenze del 1831: quando appare la luna, notiamo l’apertura di un teatro interiore, cioè il poeta mette in scena un “io” lirico, che non va identificato con l’ “io” biografico, ma che sta ad indicare anche l’ “io” di un qualunque lettore. Dobbiamo leggere la poesia non come pura rappresentazione di un “io” dell’ autore, ma come rappresentazione di un teatro in cui siamo noi e il “tu” convocati accanto a quell’”io”. Quando appare la luna, lo sguardo del poeta si muove verso la propria interiorità, verso la coscienza, le ombre della coscienza; è come se con la sua luce la luna volesse scoprire qualcosa che è nascosto dietro le ombre, rivelasse ciò che è nascosto nella coscienza, qualcosa che abbiamo dimenticato. Il poeta con questa luce fa muovere verso la lingua qualcosa che era perduto, nascosto: ecco l’infanzia, il ricordo che viene dall’infanzia, quello che Leopardi chiama ricordanza. Questa luce lunare non solo rivela il paesaggio e lo vela allo stesso tempo, ma rivela qualcosa che è nascosto nel paesaggio interiore, dentro la coscienza, nelle ombre della coscienza, e che possiamo chiamare oblio, qualcosa di dimenticato, un ricordo dell’infanzia, un’immagine che sale da lontano, che era perduta e che il poeta coglie nel linguaggio e fa vivere nel linguaggio. 

Perché la poesia ha questo compito: come dice Foscolo, “vince di mille secoli il silenzio”, cioè la poesia trapassa il tempo della dimenticanza. Noi viviamo esperienze che rimangono chiuse in una prigione che è l’oblio: esperienze, incontri, voci e tutto quello che viviamo, allontanandoci noi nel tempo, vengono ovattate, imprigionate nell’oblio, come se l’oblio fosse una scatola, uno scrigno che chiude il nostro vissuto. Le cose vissute sono ancora nel nostro corpo, nella nostra mente, ma sono chiuse, sigillate, e ci sono delle occasioni esterne – per Leopardi è il sorgere della luna, per Proust un raggio di luce, il volo di un uccello radente sul ramo di un albero, il campanile percepito in lontananza a una curva della strada – insomma c’è una cosa inattesa che all’improvviso rivela ciò che abbiamo dimenticato. La poesia è il linguaggio che accoglie quello che è dimenticato, è in relazione con il tempo. Il tempo è irreversibile, una volta che è passato non torna, è passato, diventa cenere, diventa qualcosa di vissuto e basta. Leopardi è angosciato da questa percezione del tempo. Nello Zibaldone ci sono delle frasi molto intense su questo argomento, sul tempo che è finito, che non torna più. Leopardi ci racconta che quando era bambino si svegliava all’improvviso angosciato quando sentiva qualche suono che dava il segnale della partenza di una persona, per esempio di quella cugina che aveva fatto visita in casa Leopardi, (il primo amore...) e pensava all’idea che quella persona non l’avrebbe mai più vista, che non sarebbe più tornata, e non poteva pronunciare quel “mai più” se non con una grande angoscia. Leopardi aveva il senso forte dell’irreversibile, cioè che il tempo arriva e si allontana. Mentre nello spazio c’è la possibilità di tornare indietro, nel tempo questo non è possibile.
La poesia è quell’insieme di ritmi, di tecniche, di regole che accoglie dal tempo finito qualcosa che di per sé non potrebbe tornare; la poesia trafora l’irreversibilità del tempo e fa apparire qualcosa che era sparito. Leopardi nelle Ricordanze fa apparire le immagini della sua infanzia, della sua adolescenza. Quando è a Pisa, nel ’27, comincia a pensare improvvisamente ad una figura, ad una voce che non sente più e che torna nella sua mente: è il canto di una ragazza che aveva ascoltato nella prima giovinezza: il canto della tessitrice, di Silvia. E così nasce la poesia A Silvia, e Silvia diventa presente: “Silvia, rimembri ancora” – il poeta si rivolge a Silvia come se fosse lì, accanto a lui – “quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”. Ecco il miracolo della poesia: un verso bellissimo a cui ho dedicato nel libro  Il deserto e il fiore, un saggio; questo verso recitato così sembrerebbe uno dei tanti versi, ma questi due aggettivi -ridenti e fuggitivi- non sono mai stati usati nella poesia italiana in questo modo. È stata usata la parola ridente per descrivere gli occhi di Beatrice, anche da Petrarca per Laura e dagli stilnovisti, oppure l’aggettivo fuggitivo è usato da Tasso, ma ridenti e fuggitivi insieme viene usato da Leopardi come un hapax, come una cosa insolita, causando un effetto straordinario. Così nasce A Silvia, così nascono altri versi leopardiani: attraverso questo tempo irreversibile – che è oblio, prigione, perdita, mancanza, fine – torna qualcosa; la poesia rende vivo quel che non c’è, ravviva, permette che una cosa che non c’è più torni ad essere nel linguaggio, diventi una presenza. Questa è la forza della poesia: portare alla presenza qualcosa che non c’è più. Quando dico portare alla presenza, dico rappresentare: la funzione vera dell’arte è quella di portare alla presenza, rappresentare: i Greci usavano una parola per dire questo, usavano la parola poiesis e il verbo poiein. La poiesis per i Greci, come Platone fa dire a Socrate nel Simposio, era questo portare alla presenza qualcosa che non esisteva. Far sì che quel che non è sia. Il poeta era colui che creava, infatti la parola poiesis in italiano è tradotta “creazione”, ma se vogliamo approfondire questa parola dobbiamo tradurla con “rappresentare”, cioè portare alla presenza. La poesia di Leopardi è questo continuo portare alla presenza qualcosa che era sommerso, che era perduto; e per questo Leopardi coinvolge anche i giovani, la sua è una poesia giovanile; dovete pensare che la poesia più famosa della letteratura italiana e tradotta in più lingue è L’infinito: è la poesia che ha più traduzioni in lingue europee, africane, ispano-americane, asiatiche, in arabo e in tante varianti del dialetto arabo. Questa poesia è stata scritta a ventuno anni, quando Leopardi è un giovane quasi della vostra età. Ma già a sedici, diciassette, diciotto anni Leopardi ha scritto dei versi e dei testi anche di riflessione che sono straordinari: La storia dell’astronomia, per esempio, e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi sono due opere in prosa filologiche, di grande erudizione che Leopardi ha scritto da adolescente, alla vostra età o anche qualche anno prima, perché aveva una formazione classica estesissima e una passione particolare per il mondo antico, per le lingue antiche. Dopo aver appreso benissimo il latino ed il greco (si adoperava già da adolescente a scrivere in greco e a leggere direttamente i greci) era passato a studiare l’ebraico, scriveva scorrevolmente in francese, leggeva l’inglese e lo spagnolo. Passioni di un adolescente che viveva a Recanati in un palazzo nobiliare, totalmente immerso in questa grande biblioteca paterna della quale sarebbe interessante raccontare tutta la storia – di come Leopardi ragazzo si trovò in casa sedicimila volumi e come il padre aveva raccolto tutti questi volumi. Leopardi è un poeta, un filosofo, uno scrittore che già nell’adolescenza comincia a pensare con profondità e a scrivere, e quindi voi ragazzi dovete sentirlo come prossimo, perché alla vostra età ha scritto grandi cose.
Dicevo delle Ricordanze: Leopardi definisce la ricordanza anche sul piano teorico. Leopardi infatti non è solo un poeta. È anzitutto un poeta che pensa (lo diceva di lui Nietzsche) : la sua poesia è il punto di filtro, è l’esperienza affinata, quasi distillata di un pensiero. Leopardi è un pensatore, un filosofo: lo Zibaldone – quella serie di quaderni che comincia a scrivere nel ’17-’18 e chiude nel ’32, quindi dai 19-20 anni fino ai 34 anni, che si porterà dietro in tutti gli spostamenti chiusi in alcune casse – è lo smisurato manoscritto che rappresenta il deposito di un pensiero filosofico straordinario, il più grande momento della filosofia italiana dell”800, ed è di un’intensità, di una ricchezza che si può definire una selva di saperi. Vi troviamo riflessioni di carattere metafisico, teorie letterarie, delle riflessioni sul gusto, sul piacere, sulla vita quotidiana, parti autobiografiche, riflessioni sulla politica, sul dispotismo, sull’eguaglianza, sul rapporto tra eguaglianza e potere, sulla scienza, sulla lingua e le lingue, sulle guerre, sull’antropologia, sugli animali: lo Zibaldone è davvero una miniera su cui dovreste ogni tanto sporgervi per prendere qualche passaggio, qualche elemento, qualche frammento. È un insieme di frammenti che si muovono verso tanti campi tematici più unitari.
Leopardi è un poeta che pensa. L’espressione è di Nietzsche, riferita appunto a Leopardi. Non dobbiamo separare, dunque, la poesia dalla filosofia di Leopardi. Quello di Leopardi è un Pensiero poetante (così intitolai il mio primo libro leopardiano, che proponeva appunto una lettura di Leopardi che non separasse la poesia dal pensiero filosofico). Nella filosofia leopardiana troviamo un’idea di filosofia diversa da quella tradizionale, e da quella moderna, ma una filosofia che si apre alla vita, come la poesia, una filosofia che diventa interrogativa, che non si chiude nel sistema, che attraversa il mondo della perplessità, del dubbio ed anche una filosofia che si pone come scrittura, così come nella poesia troviamo un movimento filosofico, interrogativo, aperto sulle domande ultime, sulle domande che più importano. 

Voglio chiudere questa chiacchierata, cominciata dall’esperienza adolescenziale della luna ritrovata in Leopardi, se avete ancora qualche minuto di pazienza, ricordando la poesia L’Infinito  perché è la poesia italiana più tradotta; è una poesia sulla quale anche degli scienziati e dei filosofi stranieri hanno detto che c’è un’idea di infinito che uno scienziato può condividere; quindi non è solo una poesia, ma è anche una meditazione, una riflessione scientifica sull’infinito. Adesso passo a leggerla mentre voi la ripasserete nella vostra mente. Se qualcuno non l’ha presente, la ascolti, anche se suppongo che tutti almeno una volta l’abbiate sentita, e poi cercherò di fare qualche osservazione su questa poesia:
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovviene l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Ora dedichiamo qualche minuto alla riflessione intorno a questa grande poesia che, tra l’altro, per quelli che fanno l’ultimo anno del liceo, credo che sia una poesia da tener presente perché è proprio una specie di viatico che uno si porta con sé dopo il liceo. Qui potremmo sostare quanto vogliamo, ma vi assicuro che cercherò di essere il più breve possibile.
Una poesia di questo tipo ci fa pensare ad una voce nascosta: non è la mia voce che voi avete ascoltato prima, ma è la voce del poeta che ognuno di noi, leggendo una poesia, riesce a ricomporre. Per questo, L’ infinito può essere letto in tanti modi; per esempio c’è una lettura de L’infinito di un grande attore come Carmelo Bene che sottolinea volutamente, nell’ultimo verso, il movimento di dilatazione assoluta. La voce va naufragando nel mare, e quindi c’è una specie di sospensione prolungata del finale. Carmelo Bene, se voi avrete l’occasione di ascoltare l’incisione della sua lettura de L’infinito, ha dato una sua interpretazione, perché ogni lettura è un’interpretazione, e ha voluto interpretare l’ultimo verso come veramente un perdersi della voce nel mare, perché Carmelo Bene dava molto rilievo a quello che lui chiamava phoné, appunto alla voce.
Il primo verso e l’ultimo verso hanno qualcosa in comune: Sempre caro mi fu quest’ermo colle e l’ultimo verso e il naufragar m’è dolce in questo mare: cosa c’ è in comune? Al centro del primo e dell’ultimo verso c’è “mi”, c’è l’io, c’è il corpo. Il corpo compare proprio nella poesia de L’infinito, una poesia dedicata all’infinito: ebbene, questa è la forza di Leopardi, parlare del corpo, rendere presente il corpo, i sensi, in una poesia che rappresenta un’odissea della mente, dell’immaginazione che tenta di rappresentare l’infinito. Sempre caro mi fu, quindi un movimento affettivo, il semprequesto ermo colle, il colle solitario, e quella siepe; ma vedete subito, e questo l’avrete notato tutti, che la poesia de L’infinito non solo è la poesia della presenza del corpo, ma è una poesia della presenza forte del questo e del quello, la presenza di quegli elementi che i linguisti chiamano deittici, cioè gli aggettivi dimostrativi; questo e quello sono presenti quasi a voler tenersi attaccati a qualcosa di concreto; ma la poesia in realtà è come un tema musicale, ha due grandi movimenti: un primo movimento che è un adagio musicale vero e proprio, ed è un movimento molto aperto, per cui il poeta, quello che dice “io”, cerca di rappresentare, di rendere presente alla mente, nella mente, l’infinito, cerca di raccogliere, fingere, nella mente l’infinito. Ma questa esperienza, questa avventura porta a nulla, è un’esperienza che porta allo smarrimento, perché voler rappresentare l’infinito a partire dal limite, da quello che impedisce di vedere oltre, cioè dal colle, dalla siepe, dall’ultimo orizzonte, vuol dire immaginare, stare fermi, seduti – sedendo e mirando – in una posizione meditativa e contemplativa quasi orientale. È la contemplazione, analoga alla contemplazione dell’infinito rappresentata dal pittore romantico Friedrich (anche se lì il personaggio è in piedi). Per Leopardi questo vuol dire tentare di rappresentare l’infinito attraverso l’estremo, cioè gli interminati spazi, cioè spazi senza fine, non terminati, senza termine, i sovrumani silenzi, cioè silenzi al di là dell’umano, la profondissima quiete, cioè quiete più profonda del profondo: quindi la mente tenta di avere esperienza dell’eccesso, dell’oltre-limite e però si accorge che non riesce, nonostante questa grande odissea nell’estremo, a rappresentare l’infinito: il pensiero mostra il suo limite, la sua incapacità, e anzi il corpo ha un tremito, il cuore si spaura. E comincia un secondo movimento. Il secondo movimento comincia da un senso, l’udito: prima era la mente che immaginava, adesso è l’udire posto al centro dell’attenzione. È come l’ascolto dello stormire, tema romantico che ritroviamo nella poesia di Keats e d’ altri poeti.
Il poeta, il soggetto poetante, ode il vento tra le piante: questa presenza così concreta, così definita, del vento tra le piante porta il poeta ad una comparazione con quella forma dell’infinito spaziale e temporale che è l’eterno. Ma la comparazione non riesce perché il poeta che vuole comparare questa voce con quell’infinito silenzio, vuole, in questo momento, in questo istante, comparare la stagione che freme, che è viva e dall’altra parte invece, le morte stagioni, il tempo perduto, irreversibile, vuole mettere insieme, accostare il suono di questo tempo con il suono dell’oltre-tempo che è l’eterno; questa comparazione il poeta non la regge, non riesce a mettere insieme questa presenza vocale del vento con la cancellazione di questa presenza, questo tempo con l’altro tempo che non c’è più e quindi non può apparire di nuovo. Questo secondo tentativo di rappresentare l’infinito naufraga in quella immensità che il poeta cerca di evocare. Ed è l’esperienza di un naufragio dei sensi, della mente: l’impossibilità di dire l’infinito. Ma in questa odissea, in questa avventura della mente la poesia fa esperienza di un passaggio delle cose, dei sensi, dell’ascolto, della natura; si conosce, avverte che c’è un insondabile, un oltre-limite, un infinito di cui non possiamo mai appropriarci. La poesia de L’infinito è la poesia dell’esperienza forte dei sensi, del naufragio dei sensi, ma che ci dà la consapevolezza che al di là dei sensi vi è un oltre-limite; e dunque l’ultimo verso il naufragar m’è dolce in questo mare fa apparire il corpo come una zattera. In questo naufragio c’è un io, un corpo che è la zattera a cui mi attacco per sopravvivere. Un richiamo dei sensi, della loro dolcezza, proprio in questa impossibilità di dire l’infinito. Il pensiero mostra la sua impotenza: L’infinito è una poesia che dice come il pensiero dell’uomo sia impotente nel rappresentare l’infinito. La filosofia, d’altra parte, non può dire l’infinito perché l’infinito coincide col nulla (lo dirà Leopardi nello Zibaldone) e l’infinito e il nulla non si possono dire se non nel linguaggio. In quanto linguaggio non sono più infinito, ma parole, figure, approssimazioni. In questo naufragio, dicevo, c’è il corpo dell’uomo che resiste, c’è il piacere (il naufragar m’è dolce) di questa avventura dell’immaginazione, di questa esperienza che attraversa il limite e guarda verso un infinito di per sé irrappresentabile, indicibile. Questa, in Leopardi, e concludo davvero, è l’esperienza della poesia: cioè L’infinito è una poesia sulla poesia, ci racconta qual è l’esperienza vera, profonda, della poesia: voler dire l’infinito e riconoscere l’impotenza del pensiero, e della lingua poetica, a dire l’infinito. E questa è una grande esperienza del linguaggio, che coincide con un’esperienza di sé, del corpo.
Questo direi che è in poche parole, riassuntivamente, ciò che possiamo pensare intorno a questa poesia, per tornare poi a rileggerla con un’attenzione che si depositi tra verso e verso, tra parola e parola e tra i silenzi, perché in ogni poesia sono importanti i silenzi ed in particolare L’infinito è costruito da tanti silenzi che sono come il vero infinito: sono quei silenzi che si depositano tra le parole, che la parola non riesce ad accogliere ma che stanno lì, tra le parole, ed è importante che stiano lì; quella è la vera presenza dell’infinito, che non può diventare parola, non può diventare linguaggio. Grazie.

(Molti e calorosi applausi)             DA:   http://www.zibaldoni.it/

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La pietà laica che salva l’umanità. Lo «Zibaldone» al tempo dell’Isis

leopardi_martone
La lezione di Leopardi: l’odio è il sentimento naturale per l’uomo
Placarlo, accettando l’altro, è la vera conquista. Oggi più che mai
Marco Balzano, “Corriere della Sera – La Lettura”, 29 novembre 2015
Per Sciascia la lettura mai abbandonata, portata avanti a ciclo continuo per tutta la vita, era «l’adorabile Stendhal». Io, mutatis mutandis, ho lo stesso rapporto con Leopardi. Non tanto il poeta, ma quello più riservato dello Zibaldone. Qui Leopardi si rivela un travagliatissimo scrittore di diario, autore di un immenso scartafaccio che è un documento unico nella nostra letteratura. Il fascino sta forse nel fatto che nel diario scrittore e lettore coincidono e quindi i filtri allargano le loro maglie fino a lasciar passare anche le contraddizioni, che spesso sono il sale per la costruzione di un pensiero.
Ho ripercorso il diario soffermandomi sulle note più strettamente politiche e con lo stesso spirito utilitaristico con cui Leopardi usava i suoi classici mi sono ritrovato quasi senza accorgermene a pensare più intensamente ai fatti di questi giorni.
Leopardi si è da subito posto il problema dell’altro, della sua accettazione e del suo ruolo per l’edificazione di una società solida. Ne ha discusso incentrando la questione sull’«amor proprio», un concetto che in fretta arriva a coincidere con l’egoismo e con l’idea che non possiamo preferire gli altri a noi stessi: siamo obbligati a fare i conti con un desiderio di prevaricazione che non ci abbandonerà mai. E siccome le società e le nazioni non sono altro che macro individui, l’esigenza di capire cos’è l’amor proprio diventa di giorno in giorno più urgente. Le note, in un breve giro d’anni, diventano saggi, l’insistenza sul tema aumenta vertiginosamente e seguire questa pista tra le pagine fitte del diario si fa tanto più appassionante quanto la speculazione diventa problematica. Se le nazioni, infatti, sono animate dalla stessa insopprimibile prevaricazione verso l’altro che pulsa in ognuno di noi, il discorso deve includere necessariamente due elementi: l’odio e la guerra.
La visione di Leopardi così si incupisce e si dirige sempre più verso una considerazione subalterna e sprezzante dello straniero che non ci si aspetterebbe di trovare in un suo testo. Così, del resto, dimostra la historia magistra vitae: i greci e i romani, quando non hanno più avuto i persiani e i cartaginesi contro cui guerreggiare, sono caduti nella spirale delle guerre civili, aprendo le porte alle invasioni barbariche. È l’odio dunque che compatta? È la visione dell’altro come nemico e rivale che cementifica un gruppo e che tiene insieme una nazione? Inizialmente pare proprio di sì.
Sono pagine che ci dicono chiaramente che da sempre guardare all’altro è complicato e che il rischio di scatenare le nostre paure più ancestrali e le nostre pulsioni nefande non è prerogativa né della nostra né di nessun’altra epoca in particolare. La violenza appartiene a tutta la storia. La situazione non migliora con la presenza della religione. Il cristianesimo, infatti, con la sua filantropia non ha fatto che peggiorare le cose, sostiene Leopardi. Avallando l’idea di un amore universale ha debellato l’odio del nemico per sostituirlo non con la pace perpetua ma con l’odio del fratello. E questo sempre per quell’inestinguibile amor proprio che non smette di accompagnarci e che certifica solo l’imperfezione della nostra essenza.
Eppure il pensiero non è pago di se stesso. Fermarsi al riconoscimento della nostra paura che si converte in aggressività a Leopardi non basta. La soluzione alla lunga non convince, a meno di non voler pensare a una guerra perenne.
Plutarco, Machiavelli, i philosophes e tutti coloro che hanno declinato in varie forme l’antica teoria del nemico necessario non bastano a chiudere la questione, a far concludere che odio e guerra ci salverebbero. L’errore, insomma, non sembra più il frutto di cattiva condotta o di una degenerazione di valori come l’amor patrio. Nella seconda parte dello Zibaldone inizia a serpeggiare in maniera sempre più evidente la convinzione che l’odio del nemico, senza la civiltà, non preserva dall’odio dell’amico, che la religione se non si ferma a una pratica sorvegliata rischia sempre di spingere al fanatismo o ad atteggiamenti socialmente impraticabili (non una religione: ma la religione monoteista in genere).
Di questo parla La Scommessa di Prometeo , la geniale operetta morale del 1824 in cui questo eroe amico del genere umano visita vari luoghi della Terra. Prometeo nel mondo dei selvaggi americani, dove si vive in stato di guerra continua, non troverà una maggiore felicità: scoprirà piuttosto in ogni dove barbarie orribili, che vanno dall’antropofagia di un indios all’omicidio-suicidio di un lord inglese. Il pensiero allora pare essersi intrappolato in un vicolo cieco. L’odio non ha più bersagli precisi, ma si rivela una pratica esercitata contro chiunque, diventa la prova di una confusione orribile. E allora, siccome il lettore dello Zibaldone, dicevamo, coincide con lo scrittore, questa tesi è silenziosamente superata e il pensiero veleggia altrove. La questione dal piano socio-politico si sposta su quello esistenziale. Leopardi ritorna a parlare dell’individuo perché la società non è la somma di uomini fatti con lo stampino.
Dal 1824 si fa spazio una laica e nuovissima contemplazione dell’amore che nell’immenso diario non aveva trovato spazio e che occupa invece un posto importante nelle prose e in alcune poesie più tarde. Un amore non sentimentale, ma inteso in senso antropologico, da leggere sul piano individuale come eccezione all’infelicità e sul piano sociale e politico come consapevolezza delle nostre tendenze violente, della nostra paura ancestrale dell’altro nonché del nostro desiderio di prevaricarlo.
L’amore, sorprendentemente, è per Leopardi il sentimento meno naturale di tutti (naturale è l’odio!), sboccia solo nell’animo di chi è consapevole della propria fragilità e delle proprie pulsioni distruttive e che, da questa presa di coscienza, parte per sublimare la propria condizione originale in una concezione altruistica e rispettosa dell’altro. Non temere lo straniero, conoscere l’ignoto, rispettare il diverso: queste sono le conquiste più raffinate della civiltà.
Da questa consapevolezza, che coraggiosamente non ha niente di spiritualistico, nasce l’idea di Leopardi di tratteggiare la figura di un uomo magnanimo, incarnata da vari protagonisti delle Operette morali e condensata nella metafora della ginestra, il fiore del deserto che non sdegna i luoghi incolti e inariditi dalla violenza della Natura. Questa pietà laica, che vaglia alla luce della ragione la nostra miserabile essenza, si rivela ben più efficace della filantropia di stampo religioso. L’amore si fa così caratteristica fondamentale di quel «verace sapere» che permette la vita della polis, il rispetto di ogni forma di esistenza e la pratica dell’«amicizia», sentimento che Voltaire definiva «un tempio ormai poco frequentato».

Gianni Celati su Leopardi e il desiderio


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Antonio Tabucchi, Sogni di sogni, Sellerio editore Palermo, 1992, p. 45.

Sogno di Giacomo Leopardi, poeta e lunatico

Una notte dei primi di dicembre del 1827, nella bel­la città di Pisa, in via della Faggiola[1], dormendo fra due materassi per proteggersi dal terribile freddo che strin­geva lcittà, Giacomo Leopardi, poeta e lunatico, fece un sogno. Sognò che si trovava in un deserto, e che era un pastore. Ma, invece di avere un gregge che lo seguiva, stava comodamente seduto su un ca­lesse trainato da quattro pecore candide, e quelle quattro pecore erano il suo gregge.
Il deserto, e le colline che lo orlavano, erano di una finissima sabbia d'argento che riluceva come la luce delle lucciole. Era di notte ma non faceva freddo, anzipareva una bella nottata di tarda primavera, cosi chLeopardi si tolse il pastrano con cui era coperto e lo appoggiò sul bracciale del calesse.
Dove mi portate, mie care pecorelle?, chiese.
Ti portiamo a spasso, risposero le quattro pecore, noi siamo delle pecorelle vagabonde 
Ma cos'è questo luogo?, chiese Leopardi, dove ci troviamo?
Poi lo scoprirai, risposero le pecorelle, quando avrai incontrato la persona che ti aspetta.
Chi è questa persona?, chiese Leopardi, lo vorrei proprio sapere.
Eh eh, risero le pecorelle guardandosi fra di loro, noi non possiamo dirtelo, deve essere una sorpresa.
Leopardi aveva fame, e avrebbe avuto voglia di mangiare un dolce; una bella torta con i pinoli era proprio quello di cui aveva voglia.
Vorrei un dolce, disse, non c'è un luogo in cui si possa comprare un dolce in questo deserto?
Subito dietro quella collina, risposero le pecorelle, abbi un po' di pazienza.
Arrivarono in fondo al deserto e aggirarono la col­lina, ai piedi della quale c'era una bottega. Era una bella pasticceria tutta di cristallo e sfavillava di una luce di argento. Leopardi si mise a guardare la vetrina, indeciso su cosa scegliere. In prima fila c'erano le torte, di tutti i colori e di tutte le dimensioni: torte verdi di pistacchio, torte vermiglie di lamponi, torte gialle di limone, torte rosa di fragola. Poi c'erano i marzapane, in forme buffe o appetitose: fatti a mela e ad arancia, fatti a ciliegia, o in forma di ani­mali. E infine venivano gli zabaioni, cremosi e densi, con una mandorla sopra. Leopardi chiamò il pastic­cere e comprò tre dolci: un tortino di fragole, un marzapane e uno zabaione. Il pasticcere era un omino tutto d'argento, con i capelli candidi e gli occhi az­zurri, che gli dette i dolci e per omaggio una scatola di cioccolatini. Leopardi risalì sul calesse e mentre le pecorelle si rimettevano in cammino si mise a degu­stare le squisitezze che aveva comprato. La strada aveva preso a salire, e ora si inerpicava sulla collina. E, che strano, anche quel terreno riluceva, era tra­slucido e mandava un bagliore d'argento. Le pecorelle si fermarono davanti a una casetta che sfavillava nella notte. Leopardi scese perché capì di essere arrivato, prese la scatola di cioccolatini e entrò nella casa. Den­tro c'era una ragazza seduta su una sedia che rica­mava su un tamburello.
Vieni avanti, ti aspettavo, disse la ragazza. Si girò e gli sorrise, e Leopardi la riconobbe. Era SilviaSolo che ora era tutta d'argento, aveva le stesse sembianze di un tempo, ma era d'argento.
Silvia, cara Silvia, disse Leopardi prendendole le mani, come è dolce rivederti, ma perché sei tutta d'argento?
Perché sono una selenita, rispose. Silvia, quando si muore si viene sulla luna e si diventa così.
Ma perché anch'io sono qui, chiese Leopardi, sono forse morto?
Questo non sei tu, disse Silvia, è solo la tua idea, tu sei ancora sulla terra.
E da qui si può vedere la terra?, chiese Leopardi. Silvia lo condusse a una finestra dove c'era un cannocchiale. Leopardi avvicinò l'occhio alla lente e subito vide un palazzo. Lo riconobbe: era il suo pa­lazzo. Una finestra era ancora accesa, Leopardi ci guar­dò dentro e vide suo padre, con la camicia da notte e il pitale[2] in mano, che stava andando a letto. Sentì una fitta al cuore e spostò il cannocchiale. Vide una torre pendente su un grande prato e, vicino, una strada tortuosa con un palazzo dove c'era un debole lumeSi sforzò di guardare dentro la finestra e vide una stanza modesta, con un cassettone e un tavolo sul quale c'era un quaderno accanto a cui si stava consu­mando un mozzicone di candela. Dentro al letto vide se stesso, che dormiva fra due materassi.
Sono morto?, chiese a Silvia.
No, disse Silvia, stai solo dormendo e sogni la luna.



[1] via della Faggiola: via Uguccione della Faggiola, dove Leopardi abitò nel suo breve soggiorno pisano, e dove scrisse A Silvia.
[2] il pitale: il “vaso da notte”, in mancanza della stanza da bagno. 
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Confronto con il saggio di Camus (vedi qui sotto)


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Giacomo Leopardi: Epistolario (Daniela Leuzzi)

Storia di un'anima era il titolo di un'opera progettata dal Leopardi ma mai scritta, della quale troviamo cenno in una lettera del marzo 1829 indirizzata a Pietro Colletta: "Storia di un'anima: Romanzo… che racconterebbe le vicende interne di un animo nato nobile e tenero, dal tempo delle sue prime ricordanze fino alla morte"
Il ritratto interiore del poeta può essere colto attraverso l'epistolario che compone un'ideale autobiografia del Leopardi: ne testimonia il pensiero ed i sentimenti in tutti i "nodi" fondamentali dell'esistenza. Si realizza un perfetto intreccio fra vita e letteratura che ci consente di cogliere "a tuttotondo" l'uomo ed il poeta.
Il Leopardi diciannovenne, che ha trascorso l'intera adolescenza a Recanati, avverte l'arretratezza dell'ambiente, l'isolamento del "natio borgo selvaggio" .L'amicizia con il letterato piacentino Pietro Giordani è il primo contatto con un interlocutore esterno, una potenziale via di fuga da un luogo dove tutto è "morte, insensataggine e stupidità".
"Unico divertimento è quello che mi ammazza": afferma con decisione il poeta che confessa poi al Giordani di essersi rovinato con " sette anni di studio matto e disperatissimo".
Il Leopardi ha la chiara consapevolezza della propria futura infelicità ma si prepara ad affrontarla senza viltà, con animo fiero e sprezzante, mostrando impulsi di titanismo che convivono nel suo animo con momenti di vittimismo e cupa disperazione. Sofferenza fisica e travaglio interiore sono collegate alla permanenza in Recanati vissuta come prigionia. Le lettere inerenti il tentativo di fuga sono ricche di spunti utili per comprendere le pulsioni del poeta che, rivolgendosi al fratello Carlo, confessa di essere stanco della "prudenza" : ecco ,in un solo termine, la sintesi del modo di vita della famiglia, di Recanati, dello stato Pontificio.
La lettera al padre è una severa requisitoria nella quale è messa in luce la volontà di Monaldo di far rientrare i figli nel rigido piano di famiglia. Giacomo si oppone con orgoglio al padre, accusandolo di averlo avviato ad una cultura reazionaria; ribellandosi alla meschinità nella quale sente di essere vissuto afferma: "Voglio piuttosto essere infelice che piccolo e soffrire piuttosto che annoiarmi". 
La fuga, scoperta e sventata, il fallimento, le precarie condizioni di salute sollecitano dolorose meditazioni sulla propria esistenza e sull'uomo in generale: la vita anche se infelice, a causa della natura "matrigna" e della fortuna, trova conforto nell' immaginazione e nelle illusioni, che lentamente diventeranno l'unica paradossale "realtà" da vivere.

Nel 1822 si colloca il primo viaggio a Roma: la grande città si rivela più meschina rispetto alle fantasie del giovane Giacomo: nelle lettere ai Carlo e Paolina il poeta denuncia la frivolezza romana, unico piacere è la visita al sepolcro del Tasso,vissuta con tutta l'intensità di un pellegrinaggio.

Dopo il ritorno a Recanati il pensiero ricorrente nelle lettere è quello della fuga: la lontananza dalla casa paterna provoca dei miglioramenti di salute, il ritorno nell ' "orribile e detestata dimora" è invece motivo di disperazione ed accentua il desiderio di "cercar salute o morire e a Recanati non tornare più".
Il soggiorno a Recanati è una "notte orribile" che si protrae per sedici lunghi mesi.
Nella lettera "agli amici di Toscana" (1830) la sofferenza induce il Leopardi ad affermare: "Ho perduto tutto: sono un tronco che sente e pena". Il dolore diventa più intenso, le lettere sempre più brevi: La morte è invocata "non per eroismo, ma per il rigore delle pene che provo"
La "grande anima del Leopardi" che conclude la sua storia con la lettera scritta diciotto giorni prima del trapasso è stremata dal dolore: non solo personale, interiore e fisico, ma universale.

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Da “Pellegrinaggio alla tomba di Leopardi” in Da Moby Dick all’ Orsa Bianca di A. M. Ortese (Adelphi, 2011)
… Mi distoglieva sempre dal farlo  qualche cosa che adesso mi pare riconoscere come la furia  degli anni giovani. Il disinteresse supremo di questi  per un freddo marmo, nasconda esso pure  il corpo del poeta più amato.  Ma viene per tutti , ed è venuta anche per me, la mattina in cui la furia degli anni giovani sembra scomparsa all’orizzonte  come la nube di un bel temporale . mattina di primavera , terribilmente vuota, in cui ci si sveglia e non c’è più un amico, una speranza, e si è simile al sasso, alla foglia caduta ieri.  La primavera batte  con dita verdi sui vetri tiepidi, azzurrini, e apre adii senza parola qualche  nuova strada. Allora si deve uscire, e si va volentieri, cercando, con l’aria, il vento di qualche immagine. Un po’ d’azzurro, due alberi, sono simili a mani che ti consolino.
Così ho pensato di andare in fondo alla grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso.
Sono entrata in una piazza, poi in una strada, poi in altre strade e piazze. Tutto era infinitamente nuovo, lucente. Le facciate dei palazzi avevano un’aria di festa e di gioventù; la gente pur nelle rughe che pieghettavano sottilmente i volti, pur nel frusto degli abiti, camminava per i marciapiedi con la semplicità angelica , come incendiata  dal raggio di un mondo sovrumano. Provavo la sensazione  di scendere a un tratto nel mondo brillante della mia infanzia, dove tutto è benessere, luce, contemplazione.
Silvia, rimembri ancora…

Mi vengono a mente le sue parole, passano come uccelli in un cielo deserto, tutte, tutte le sue parole di luce, i vocativi affannosi e splendidi,  le esclamazioni accorate, quelle frasi ampie e luminose come giri concentrici del mare turbato da un sassolino…

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