21/11/16

NATURALISMO, VERISMO, VERGA


Introduzione al Naturalismo

Gli scrittori veristi italiani nell’elaborare le loro teorie letterarie  e nello scrivere le loro opere, prendono le mosse, sia pur con sensibili divergenze, dal Naturalismo che si afferma in Francia negli anni Settanta dell'ottocento. .
     La parola “Naturalismo” compare per la prima volta in un saggio del 1858 del critico positivista Hippolyte Taine (1828-1893). D’altra parte lo stesso Taine nel 1865 darà un contributo alla teoria del romanzo e allo studio dei temperamenti umani mostrando che gli  individui sono sempre determinati da tre fattori: le leggi della razza  e dell’eredità, l’ambiente sociale, il momento storico (in francese: race, milieu, moment).


     Per Taine il modello di "scrittore scienziato" era Balzac, l’autore di quel grandioso quadro della società francese nell’età della Restaurazione, che è la Commedia umana, sottolineando la sua precisione di anatomista e di chimico nell’analizzare la natura umana e le sue eccezioni patologiche. 
    Accanto a Balzac, proposto da Taine, modelli letterari della scuola naturalista furono i romanzieri realisti degli anni Cinquanta  e Sessanta: in primo luogo Gustave Flaubert, l’autore di Madame Bovary (1857), per la sua teoria dell’impersonalità (scriveva Flaubert nel 1857: “L’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile  e onnipotente, sì che lo si senta ovunque, ma non lo si veda mai.”); in secondo luogo i fratelli Jules ed Edmond de Goncourt, per la loro cura di costruire i loro romanzi in base  ad una documentazione minuziosa e diretta degli ambienti sociali rappresentati e  per l’attenzione dimostrata ai ceti inferiori, a fenomeni di degradazione umana e a casi patologici. Esemplare in tale direzione è il romanzo Germinie Lacerteux (1865), che analizza la degradazione fisica  e psicologica di una camerirera  isterica.
    Ma il vero caposcuola del Naturalismo fu Emile Zola (1840-1902). 
Le concezioni che stanno alla base della narrativa zoliana si trovano esposte nella forma più organica nel volume Il romanzo sperimentale del 1880. Zola sostiene che il metodo sperimentale delle scienze, applicato in un primo tempo ai corpi inanimati (chimica, fisica), poi ai corpi viventi (fisiologia), deve essere ora applicato anche alla sfera “spirituale”, agli atti intellettuali  e passionali dell’uomo. Di conseguenza la letteratura  e la filosofia, che hanno come oggetto di indagine tali atti, devono entrare a far parte delle scienze, adottando il metodo sperimentale (da qui la formula  “romanzo sperimentale”).
     Queste concezioni prendono corpo nell’opera fondamentale di Zola, I Rougon-Macquart, storia naturale e  sociale di una famiglia sotto il secondo Impero. Si tratta di un ciclo di venti romanzi, pubblicati fra il 1871 e il 1893, in cui rifacendosi alla Commedia umana di Balzac, lo scrittore traccia un quadro della società francese del secondo Impero attraverso le vicende dei membri di una famiglia.
     Dietro la facciata dei propositi scientifici  e del crudo realismo “sociale” è facile però scorgere in Zola il permanere di un temperamento fondamentalmente romantico, che si rivela talora in episodi lirici o idillici. Anche nello stile Zola è lontano dalla secchezza essenziale del puro referto scientifico: la sua prosa è spesso ridondante, corposa, ricca di colore e di sonorità.
     In Italia l’influenza del Naturalismo comincia  dopo l’uscita dell’Assommoir[L’ammazzatoio] nel 1877 e l’entusiastica recensione che ne fece, nello stesso anno, Luigi Capuana sul “Corriere della Sera”:  alcuni romanzieri   e critici italiani  cominciano a progettare la nascita anche nel nostro paese del “romanzo moderno” ispirato agli stessi principi del Naturalismo francese. Questo gruppo di scrittori si riunisce a Milano fra la fine del 1877   e la primavera del 1878  e dà vita al movimento del  Verismo corispondente al Naturalismo francese.

    Il verismo 

 Il primo racconto verista di  Giovanni Verga , Rosso Malpelo, esce nell’estate del 1878; il primo romanzo verista di Capuana, Giacinta, è del 1879. L’anno dopo uscirà Vita dei campi di Verga che, all’inizio del 1881, pubblicherà il primo romanzo del ciclo dei “Vinti”, I Malavoglia.

Il verismo italiano accetta pienamente la cultura positivistica, ma sottolinea con assai minore energia il momento scientifico e l’impegno sociale nella rappresentazione. Fa  propria la concezione deterministica  e la teoria della necessità di muovere dai livelli bassi della scala sociale per risalire a quelli più elevati, ma tende a rifiutare ogni teoria organica che faccia dell’arte un’ancella della scienza.
     I veristi italiani sono proprietari terrieri del Sud, legati a posizioni conservatrici o reazionarie: non vivono la realtà cittadina  e operaia come fanno i naturalisti francesi, che invece sono spesso democratici, radicali  e filosocialisti. Di qui anche la differenza dei contenuti: i veristi rappresentano soprattutto le campagne e i contadini (in misura assai minore la città  e gli operai, preferiti invece dai naturalisti francesi)  e si ispirano semmai ai problemi posti dalla “questione meridionale”.

     I veristi più rigorosi furono tre siciliani, Giovanni Verga, Luigi Capuana  e Federico De Roberto. Aderirono al Verismo, seppure con minore coscienza teorica, pure Matilde Serao, che rappresenta soprattutto la realtà napoletana, i toscani Renato Fucini  e  Marco Pratesi. 
Pure D’Annunzio ebbe una sua breve stagione verista, mentre la prima lezione del   Verismo continuò nel primo Pirandello  e nella Deledda. 
     
Anche se uno dei capolavori del  Verismo  uscì nel 1894 (si tratta di I Vicerè di De Roberto), la parabola del Verismo - aperta nel 1878 con Rosso Malpelo di Verga  - può dirsi conclusa fra il 1889, quando venne pubblicato Il piacere di D’Annunzio,  e il 1891, anno in cui Pascoli stampa Myricae. Era cominciata  la stagione del Decadentismo. 

GIOVANNI VERGA

http://www.parchiletterari.com/parchi/giovanniverga/vita.php

Fu lunga l’esistenza di Giovanni Verga. Salutò, ventenne, l’arrivo di Garibaldi in Sicilia, ma assistette anche al primo conflitto mondiale e al sorgere del Fascismo. Iniziò a scrivere giovanissimo, nella città natale.
A Catania, a Firenze, a Milano realizzò molteplici opere. Diede però vita ai capolavori in un solo decennio. E cioè quando, «da lontano», dalla moderna Milano delle «Banche» e «Imprese industriali», si rivolse a narrare l’iniziale manifestarsi, nel suo mondo originario, della «brama di meglio» e dell’«avidità di ricchezza». Riuscì a consegnarci una straordinaria rappresentazione letteraria della Sicilia ottocentesca. E compì una originalissima operazione di “traduzione”, linguistica e antropologica, funzionale ai bisogni conoscitivi della nuova Italia. Ma la significatività delle sue opere non resta confinata al momento della loro creazione. I suoi vinti dalla «fiumana del progresso» allungano la loro ombra su un’epoca, la nostra, in cui non appare più scontato il nesso tra “più” e “meglio” e il progresso sembra ormai ridotto a un vuoto andare avanti, senza meta e senza possibilità di ritorno. Ritroviamo nel nostro tempo la condizione prefigurata da ’Ntoni all’ombra del nespolo, nel dare l’addio alla sua comunità.
 E il tragico destino di Gesualdo, il suo totale identificarsi con la roba, continua a porci domande di senso.
Con il suo demistificante realismo, con la sua sconsolata forza conoscitiva, con la pietà immanente alla sua opera, e mai gridata, Verga entra nella nostra vita. E, a volerlo interrogare, “parla” anche al nostro presente.(R. Luperini)

La novella "Fantasticheria" 

La novella che presenta l'esaltazione dei valori patriarcali è divisibile in quattro blocchi. I primi due contengono la risposta dell'autore alla domanda postagli dall'amica aristocratica. Il terzo è un'anticipazione dei personaggi che in seguito saranno presenti nei Malavoglia. L'ultimo è l'enunciazione dell'ideale dell'ostrica vale a dire l'eroico attaccamento dei miseri alla propria condizione e la celebrazione della rassegnazione coraggiosa al proprio destino. Al mondo aristocratico e raffinato della giovane dama, di cui l'autore era stato affascinato all'inizio della sua stagione creativa, il Verga contrappone il mondo degli umili e degli oppressi, con la loro vita semplice e povera ma più autentica perché fondata sulla rassegnazione eroica al proprio destino. Vita fatta di valori semplici, di sentimenti e di dolori autentici e non d'atteggiamenti convenzionali e falsi come la società aristocratica. Al mondo della città. caotico e turbinoso, in continua trasformazione, egli contrappone la società arcaica siciliana fatta sì di ritmi sempre uguali, di miseria e lavoro, di gerarchie immutabili, d'egoismi individuali, di violenza della natura, ma per questo più vera perché capace che accettare fino in fondo la durezza della lotta per la vita. Alle "irrequietudini del pensiero vagabondo" lo scrittore contrappone "i sentimenti miti, semplici che si succedono calmi, inalterati di generazione in generazione".

 Ma come esprimere questo mondo attraverso il canone dell'impersonalità secondo l'ottica verista? Nella novella il Verga lo spiega bene "Bisogna farsi piccini, chiudere tutto l'orizzonte fra due zolle e guardare col microscopio le piccole cause che fanno battere i piccoli cuori". In questo modo, adottando il punto di vista di chi vive quella realtà, la lontananza che separa il mondo borghese da quello dei poveri, è superata con la fantasticheria. La superiorità di classe che non permette d'immedesimarsi a fondo nei personaggi rappresentati, è superata  attraverso il rimpicciolimento. In conclusione, si può affermare che questa novella-saggio, manifesto della poetica verista del Verga, è importante poiché, oltre ad introdurre ideali e canoni veristi quali il canone dell'impersonalità , la religione della famiglia e l'ideale dell'ostrica, rompe con tutti i temi presenti nella sua precedente produzione letteraria. Nella novella, infatti, come in quasi tutte le altre, presenti nella raccolta Vita da campi, sono superate le tematiche romantiche riguardanti amori aristocratici e si affermano temi  fondamentali che hanno per oggetto il mondo delle plebi meridionali, mondo che in seguito sarà presente nel romanzo I Malavoglia.

Incipit
Una volta, mentre il treno passava vicino ad Aci- Trezza, voi, affacciandovi allo sportello del vagone, esclamaste: «Vorrei starci un mese laggiu'!».
Noi vi ritornammo e vi passammo non un mese, ma quarantott'ore; i terrazzani che spalancavano gli occhi vedendo i vostri grossi bauli avranno creduto che ci sareste rimasta un par d'anni. La mattina del terzo giorno, stanca di vedere eternamente del verde e dell'azzurro, e di contare i carri che passavano per via, eravate alla stazione e,  gingillandovi impaziente colla catenella della vostra boccettina da odore, allungavate il collo per scorgere un convoglio che non spuntava mai. In quelle quarantott'ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci- Trezza: passeggiammo nella polvere della strada e ci arrampicammo sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualche cosa che a' barcaiuoli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi; e l'alba ci sorprese in cima al faraglione - un'alba modesta e pallida, che ho ancora dinanzi agli occhi, striata da larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto di casuccie che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima allo scoglio, sul cielo trasparente e profondo, si stampava netta la vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi. - Avevate un vestitino grigio che sembrava fatto apposto per intonare coi colori dell'alba. - Un bel quadretto davvero! E si indovinava che lo sapeste anche voi dal modo in cui voi modellaste nel vostro scialletto, e sorrideste coi grandi occhioni sbarrati e stanchi a quello strano spettacolo, e quell'altra stranezza di trovarvici anche voi presente. Che cosa avveniva nella vostra testolina allora, di faccia al sole nascente? Diceste soltanto ingenuamente: " Non capisco come si possa viver qui tutta la vita".

ALCUNE DEFINIZIONI attribuite dai critici allo stile di Verga

IMPERSONALITA'
E' la scomparsa, l'“eclisse” del narratore dal narrato, che viene teorizzata da Verga nella prefazione al racconto L'amante di Gramigna, in forma di lettera allo scrittore e giornalista Salvatore Farina. Verga si propone di non filtrare i fatti attraverso la propria “lente”, e di mettere invece il lettore di fronte al fatto “nudo e schietto”. Il lettore deve dunque seguire le vicende e lo sviluppo delle passioni dei personaggi come se non fossero raccontate, ma si svolgessero davanti ai suoi occhi, drammaticamente. 
REGRESSIONE
In rapporto all'impersonalità, Verga applica anche la tecnica della regressione del punto di vista narrativo, che diviene interno al mondo rappresentato: i fatti devono essere riferiti con le parole della narrazione popolare. Così il narratore tradizionale, portavoce dell'autore (e dunque parlante con lo stile e il linguaggio di una persona colta), “regredisce” nei panni di un narratore incolto, un'anonima voce narrante che ha il punto di vista e il modo di esprimersi dei personaggi stessi.

Romano Luperini Verga moderno, Laterza
Si riapre il caso Verga che all' inizio degli anni 70 mobilitò i critici letterari di sinistra. Si riapre, dopo qualche decennio di oblio, grazie a un libro di Romano Luperini, Verga moderno (Laterza, pagine 185, euro 19)
Ora che Luperini rilancia un Verga maestro di modernità, precursore di Pirandello e di Tozzi, persino anticipatore delle avanguardie europee, la questione ritorna sul tappeto. «L' interesse per Verga - dice Luperini - ha coinciso con momenti particolarmente drammatici della nostra storia: il primo e il secondo dopoguerra, il ' 68. Nei periodi di tensione gli autori "pesanti" tornano all' ordine del giorno, mentre il postmoderno teorizzava la leggerezza e si concentrava su autori e temi leggeri, a partire anche dalle teorie di Calvino. Per questo, oggi, dopo anni di oblio dovuto anche all' eclissi della critica marxista che ha comportato il declino della discussione sul realismo, possiamo sperare in un ritorno all' attualità di Verga». 
La querelle anni 70 nacque a partire dall' uscita, nel ' 65, di Scrittori e popolo di Asor Rosa, che proponeva, ricorda Luperini, uno «schema nuovo, molto importante per la nostra generazione». La posizione di Asor Rosa? «Era una posizione provocatoria: mentre il marxismo tradizionale aveva appoggiato il neorealismo e il populismo, Asor Rosa sosteneva che i grandi decadenti sono portatori di verità molto più dei piccolo-borghesi del neorealismo interni al Partito comunista». Ciò che allora, come oggi, separava le diverse prospettive critiche è subito detto, partendo da una domanda cruciale: che rapporto c' è tra l' opera di Verga e la sua ideologia reazionaria? Asor Rosa rispondeva affermando che «la convinzione che il popolo contenga in sé dei valori positivi da contrapporre alla corruttela della società, in Verga non esiste» e che dunque «il rifiuto di un' ideologia progressista costituisce la fonte, non il limite della riuscita verghiana». In definitiva, per Asor Rosa (che non ha mai smesso di dedicarsi al Verga) «il fatto estetico ha proprie leggi, non confondibili con quelle della politica», per questo egli individua proprio nel «sogno di regressione alle fonti originarie della storia» il pregio dei Malavoglia: «Fantastico viaggio compiuto all' indietro verso le origini del mondo». 
Per Luperini, «il messaggio più nuovo e radicale» di Verga è un altro: che I Malavoglia si esauriscano nella religione della famiglia o nella poesia di un mondo remoto e incantato (...) significa dimezzarne la lezione e disconoscerne il messaggio forse più nuovo e radicale». A sostegno di questa tesi, apporta numerose osservazioni fino a considerare il capolavoro verghiano come uno «studio sociale»: «C' è - dice - una ricca serie di dati storico-culturali (dal dibattito sulla questione meridionale, all' «Inchiesta in Sicilia» di Franchetti e Sonnino, alla collaborazione attiva a una rivista come la Rassegna settimanale) che dimostra come Verga andò rielaborando nel romanzo fonti etnologiche e materiali sociali». Sicché, per Luperini, I Malavoglia sono una «ricostruzione intellettuale del mondo di Trezza e non tanto lo sprofondamento nell' oblio di sé in un mondo mitico». Pur riconoscendo che c' è un forte aspetto lirico, Luperini sottolinea la presenza di dati materiali della società, «i pettegolezzi e le cattiverie, i traffici e l' usura di un Paese».  Puntando sulla modernità di Verga, Luperini mette a fuoco l' umana partecipazione dell' autore dei Malavoglia per i vinti, la sensibilità per il rovescio oscuro del progresso che sta per sommergere tutto, la consapevolezza di una svolta storica che produce egoismo e alienazione. «Nel Mastro-don Gesualdo - precisa Luperini - chi segue la logica della modernità si autodistrugge, la roba è un cancro che uccide: Verga passa a contrappelo la modernità, ben sapendo che le leggi eterne della lotta per la vita portano lì, verso una selezione naturale. Dunque in lui non c' è rimpianto o nostalgia per il mondo arcaico-rurale, ma lucida e tragica consapevolezza di un trauma storico che conduce allo sradicamento e alla corruzione. Questo è un motivo di estrema attualità in un momento storico, come il nostro, in cui quel che conta è solo il mercato». 
(Recensione di Paolo Di Stefano, Il Corriere della Sera del 16 feb. 2005).



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